
La vallecola del Fosso del Paladino, affluente di destra
del torrente Voltre a sua volta tributario del Bidente presso Meldola,
si presenta come un “mosaico ambientale inconsueto”.
Nonostante l’antropizzazione subita allorquando l’area fu
interessata dall’attività estrattiva legata alla presenza
dello Zolfo, di cui rimangono come testimonianza varie strutture come
gli edifici-dormitorio dei minatori, l’ingresso a volta di mattoni
dei tunnel, gli sfiatatoi, i blocchi di ancoraggio delle teleferiche,
l’ambiente conserva oggi elementi naturali di grande pregio.
I reciprochi versanti della piccola valle hanno origini geologiche conseguenti,
ma aspetti macroscopici differenti, tanto che il paesaggio risultante
è assai articolato: in sponda destra le argille plioceniche hanno
indotto forme dolci, dominate da formazioni erbacee xerofile, cioè
dei luoghi caldi e asciutti e sono state utilizzate già in tempi
remoti come pascoli o coltivi, viceversa in sponda sinistra le rupi arenacee
strapiombano vertiginosamente e alla loro sommità, grazie alla
presenza di terreno sciolto e sabbioso persistono boschetti mesofili,
dai freschi tappeti erbacei dominati da una flora calcifuga e rara in
Romagna.
In questo ambiente sono ancora diffusi vari rapaci tra cui citiamo l’Albanella
minore (Circus pygargus)e il Gheppio (Falcus tinnunculus). Questi due
uccelli pur dimostrando esigenze riproduttive diversificate possono trovare
in loco siti a loro consoni. Infatti, mentre la prima specie ricerca nella
vegetazione calanchiva il luogo ideale di caccia e di cova (realizza il
suo caratteristico nido proprio a terra, celato tra le alte erbe), la
seconda predilige irte pareti rocciose (a volte però si rinviene
anche nelle cavità dei muri dei vecchi edifici) che qui non mancano
di certo.
Probabilmente le stesse falesie vengono frequentate, come posatoi, anche
da vari rapaci notturni, dato l’enorme mole di escrementi che letteralmente
tappezzano le pareti di arenaria (Mollasse) a est della località
Miniera Paladino; la presenza quindi di questi affioramenti accresce ulteriormente
la valenza del territorio. A tal proposito è significativa citare
la ricorrente osservazione in zona, durante il passo autunnale, di ricche
e chiassose colonie di Gruccioni (Merops apiaster) che prediligono, per
la nidificazione pareti sabbiose, non certamente rare in questo territorio;
non si esclude quindi l’eventuale sedentarietà di questo
uccello, per altro accertata in provincia solo in poche zone, comunque
localizzate nella medesima fascia altimetrica e in habitat assimilabili
a quello indagato.
Inaspettatamente, al margine dei calanchi, laddove affiora la brunastra
e talvolta imponente arenaria miocenica (che si frappone e si mescola
alle rocce gessose e solfifere pressoché coeve, ma generalmente
sotterranee e quindi non visibili) la reazione del suolo è chimicamente
diversa rispetto a quella delle vicine argille (acida e non basica) tanto
da consentire, a seconda delle esposizioni l’insediamento di piante
specializzate e acidofile, poco diffuse come il Cisto rosso (Cistus incanus)
e l’Erica arborea, contrapposte, nelle zone fresche, al Dente di
cane (Erythronium dens-canis) e ad altre specie nemorali tra cui il bel
Giglio rosso (Lilium bulbiferum) e le orchidee del genere Epipactis sp.p..
Gli ex coltivi e i pascoli abbandonati sono ricchi di orchidee spontanee
(Orchis tridentata, Orchis purpurea, Orchis morio, Orchis fragrans, Anacamptis
pyramidalis, Gymnadenia conopsea, Himantoglossum adriaticum) e non rari
sono gli esemplari arborei di notevoli dimensioni come la Roverella (Quercus
pubescens) in sponda destra verso il fondovalle del Paladino, dalla circonferenza,
a petto d’uomo, di circa 6 metri.
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