| Venuti da lontano:
la fauna esotica naturalizzata in Emilia-Romagna (con accenni
alla situazione italiana ed europea)
Gli esotici conquistano l’Europa
Fin
dall’antichità l’uomo ha favorito l’acclimatazione
di piante ed animali in luoghi ove queste naturalmente non
vi dimoravano; per ragioni di ordine estetico ed economico,
venatorio ed alieutico, come specie da compagnia, per fini
alimentari e di “lotta biologica”, per “sperimentazioni
scientifiche” e, non da ultimo, per cause del tutto
accidentali e fortuite, molti organismi sono stati trasferiti
in altre regioni del pianeta, lontano dalle loro rispettive
aree naturali di riproduzione.
In generale il risultato di questa azione si è dimostrato
sempre estremamente negativo per i popolamenti floristici
e faunistici autoctoni con cui le specie “colonizzatrici”
venivano a contatto.
Inoltre, in molti casi, gli “alieni” hanno compromesso
il buon esito delle stesse attività umane, soprattutto
in campo agricolo e forestale (si pensi ai parassiti dei vegetali
quali la Fillossera della vite, la Dorifora della patata,
la Metcalfa e l’Infantria americana) e sanitario: il
granchio cinese Eriocheir sinensis giunto in Europa settentrionale
nel 1912 e diffuso progressivamente in Francia, Germania,
Olanda e Gran Bretagna, trasmette all’uomo svariati
parassiti intestinali, la Zanzara tigre che recentemente ha
colonizzato anche l’Italia centro-meridionale può
rappresentare il vettore di trasmissione di diverse malattie
infettive, così come le testuggini acquatiche americane,
noti rettili “da compagnia”, sono spesso infettati
da salmonelle.
Le storiche introduzioni
Già
durante il I secolo d.C. avvengono le prime introduzioni di
animali esotici prelevati dall’Oriente. I romani importano,
a scopo alimentare ed ornamentale, varie specie, allevandole
e favorendone poi la diffusione in natura: tra queste segnaliamo
il Daino, il Fagiano e, tra i pesci, la Carpa.
Durante il medioevo (1500 circa) l’impiego di navi per
favorire i fiorenti scambi commerciali tra l’oriente
e l’occidente, permette ad alcune specie di roditori
di “approdare” in Europa.
Si ritiene infatti che il Ratto nero e l’affine Ratto
delle chiaviche (o Surmolotto) siano giunti nel vecchio continente
trasportati passivamente dai mercantili, “conquistati”
allorquando rimasero, per giorni, ancorati alle banchine dei
porti Asiatici, per poi salpare nuovamente per Inghilterra,
Francia, Olanda, Spagna o Italia.
E’ nel corso dell’ottocento che avvengono tuttavia
le introduzioni più cospicue, soprattutto a favore
di specie ittiche provenienti dall’America.
Già nel 1871 “giunge” in Europa il Pesce
gatto; le prime segnalazioni per l’Italia, riferite
a esemplari reperiti in natura, risalgono al 1904. Importato
per fini ornamentali, viene poi allevato per scopi alimentari.
Nel 1880 l’americano prof. Baird di Washington conferisce
le prime uova di Trota iridea all’ittiologo tedesco
Dott. Von Behr; inizia così, dapprima in Baviera e
poi in tutta Europa l’allevamento di questa specie che
trova grande successo, sia nel settore alimentare, sia tra
i pescatori sportivi. Questo salmonide immesso massicciamente
per popolare corsi d’acqua e bacini artificiali, nelle
sue varie razze e ibridi (dal nuovo mondo arrivò materiale
ittiogenico da svariate regioni ed è quindi plausibile
pensare che si trattarono di contingenti, uova o riproduttori,
appartenenti a differenti forme genetiche) ha soppiantato
quasi completamente, laddove è stato introdotto ripetutamente,
le più pregiate specie indigene come, per l’Italia,
la Trota fario o la Trota marmorata.
Contestualmente all’introduzione della Trota iridea
(o Trota arcobaleno) arrivano, dal nuovo mondo, anche svariate
specie di salmoni, coregoni e salmerini; tra tutti, solamente
questi ultimi, ebbero pieno successo tanto da naturalizzarsi
in vari corsi d’acqua dell’area alpina e, per
l’Italia, anche negli Appennini settentrionali.
Qualche anno più tardi è la volta del Persico
trota che a partire dal 1883 viene introdotto nelle acque
dolci europee; questa specie risulterà poi in competizione
alimentare con il Luccio e il Pesce persico (o Persico reale)
e ciò ha contribuito a determinare il loro accertato
declino.
Il Persico sole viene introdotto nel 1887, per la prima volta
in Francia negli stagni della Reggia di Versailles, dove trovò
accoglienza come specie ornamentale; successivamente venne
allevato con successo da numerosi acquariofili tedeschi che
ne favorirono l’ulteriore diffusione. Questa specie,
che si è acclimatata in buona parte delle acque interne
del vecchio continente, si è rivelata assai invadente
tanto da ridurre drasticamente le popolazioni di vari organismi
acquatici (anfibi, pesci, invertebrati) che vengono sistematicamente
predati da questo vorace abitatore dei laghetti e delle lente
acque dei fiumi di pianura.
Verso la fine del XIX secolo vengono diffusi in molte località
anche i carassi (Carassio comune e Carassio dorato), originari
dell’Asia; tramite selezione durata secoli e realizzata
soprattutto ad opera dei cinesi si è giunti agli esemplari
rosso aranciati dalle forme e dalle livree particolari, noti
genericamente come “pesci rossi” e attualmente
comuni, sia negli stagni “domestici”, quanto nei
canali e nei corsi d’acqua naturali di ogni paese europeo.
Le recenti introduzioni: le specie
provenienti da oriente
Recentemente, con l’intensificazione
degli scambi commerciali con la Russia, l’Asia e l’Unione
Sovietica (e in generale con gli Stati est europei) molte
specie “acquatiche” presenti in queste regioni
sono giunte in Europa; con l’acquisto di novellame ittico
proveniente dai bacini del Danubio e utilizzato per i ripopolamenti
dei nostri fiumi sono stati introdotti (accidentalmente) “nuovi”
pesci tra cui citiamo il Siluro e la Psudorasbora e, con essi,
è arrivato anche il mollusco bivalve Anodonta woodiana
le cui larve di frequente parassitizzano l’ittiofauna.
Precedentemente a questi fatti, negli anni ’70, fu immessa,
in molte acque italiane, anche la Carpa erbivora o Amur (il
nome deriva dalla rispettiva zona geografica dove la specie
è indigena): la voracità di questo pesce a carico
delle piante acquatiche ne ha indotto un largo impiego soprattutto
nei canali di bonifica per limitare la proliferazione di vegetazione
indesiderata. Le specie nostrane che utilizzavano per la deposizione
delle uova i substrati vegetali (tra cui citiamo vari pesci,
ma anche anfibi e uccelli palustri) hanno risentito negativamente
della progressiva riduzione dei siti loro idonei per la riproduzione.
Altre specie “erbivore” importate dai paesi dell’est
e impiegate anche nella pesca dilettantistica sono la Carpa
macrocefala e l’affine Carpa argento; queste pesci di
grandi dimensioni sono noti anche con il nome improprio di
“Temolo russo”, ma di fatto niente hanno in comune,
né con le carpe, né tantomeno con i succitati
temoli.
Sfuggita dalla cattività la colorata Anatra mandarina,
importata dalla Cina, vive oggi allo stato libero in Inghilterra,
così come il Bengalino si è naturalizzato in
varie zone d’Europa e si riproduce anche in Toscana
nel Padule di Fucecchio.
La Mangusta grigia che formò anni orsono una discreta
colonia riproduttiva nel Parco Nazionale del Circeo (Lazio),
dove probabilmente fu introdotta per limitare la presenza
della Vipera comune, sembra oggi del tutto scomparsa, mentre
in aumento sono le popolazioni acclimatate di parrochetti,
noti volatili da compagnia.
Le recenti introduzioni: le specie
provenienti dalle Americhe
Dopo una prima “ondata di immissioni”
avvenuta nel secolo XIX, tante altre specie sono state introdotte
in Europa dalle Americhe.
Per contrastare il fenomeno della malaria nel 1921 (e, in
Italia, nell’anno successivo) fu importata in Europa,
dagli Stati Uniti orientali, la Gambusia. Ad essa, fu affidato
il compito di debellare il vettore primo di questa malattia
e cioè la zanzara, del resto sembrava che il pesciolino
fosse assai ghiotto delle larve di questo imenottero. Dopo
gli entusiasmi iniziali, quella che appariva come una soluzione
appropriata, definitiva e soprattutto “biologica”
per contenere la presenza delle anofeli, si rivelò
tuttavia un’arma a doppio taglio: la prolifica Gambusia
non si dimostrò monofaga e quindi dedicata al solo
“sterminio delle zanzare”, ma risultò possedere
uno spettro alimentare abbastanza ampio, tanto da “accanirsi”
sia sugli avannotti delle specie ittiche autoctone, sia sulle
uova e sugli stadi larvali di molte specie di anfibi, tra
cui gli urodeli in primo luogo.
Tra i pesci fuggiti dagli allevamenti e poi acclimatati (forse
solo momentaneamente) ricordiamo anche lo Storione bianco
californiano e l’Anguilla americana.
Un caso modello di elevate capacità colonizzatrici
è rappresentato dallo Scoiattolo grigio: introdotto
a scopo “estetico-ornamentale” per impreziosire
il corredo faunistico di parchi e giardini pubblici ha dimostrato,
in tempi brevi, di adattarsi egregiamente agli habitat europei.
Da pochi esemplari rilasciati negli anni ’60 presso
il bosco di Stupinigi (a sud di Torino) e in un parco privato
a Genova Nervi si sono già sviluppate due discrete
popolazioni che minano la sopravvivenza dell’indigeno
Scoiattolo rosso (a causa della competizione che si viene
a creare tra le due specie).
In Inghilterra, dove questa specie risiede oramai da più
di un secolo e la popolazione è ora decisamente abbondante,
vengono rilevati danni sia al patrimonio forestale, sia ai
frutteti specializzati nei quali questo roditore compie vere
e proprie razzie a carico dei frutti e a spese dei giovani
germogli.
La Nutria (nota agli allevatori anche come castorino) e il
Visone americano sono stati importati in Europa come animali
da pelliccia. Fuggiti dagli allevamenti locali hanno presto
colonizzato vaste aree. In Unione Sovietica lo stesso visone
è stato addirittura oggetto di rilasci metodici ed
organizzati; agli inizi degli anni ’60 assommavano a
circa 17 mila i visoni liberati in natura e ciò nell’intento
di favorire l’insediamento di una popolazione stabile
capace di rilanciare l’economia legata all’attività
venatoria e quindi al commercio delle preziose pelli.
Analogamente il Topo muschiato o Ondatra ha colonizzato molte
zone d’Europa (da un primo contingente deliberatamente
rilasciato nei pressi di Praga all’inizio del ‘900)
così pure l’ambito Castoro canadese è
oggi reperibile anche in Francia, Germania e Polonia. Anche
il Procione (Orsetto lavatore) è stabilmente insediato
in centro Europa (ma non in Italia). Si suppone che la popolazione
odierna derivi da un nucleo di animali abbandonati dall’esercito
americano tra il 1945-50; infatti, gli stessi soldati avevano
a seguito numerosi di questi mammiferi detenuti come mascotte.
A partire dagli anni ’70 avviene anche la colonizzazione
da parte delle Testuggini dalle orecchie rosse. Ripetutamente
liberate da privati cittadini a causa delle “ingombranti
dimensioni” raggiunte da questi rettili dopo pochi anni
di cattività, si sono poi acclimatate in natura; sono
stati documentati casi di riproduzione almeno per l’Italia
settentrionale. La voracità e l’estrema rusticità
della testuggine americana si ripercuotono negativamente sugli
animali indigeni ed in particolare sull’endemica Testuggine
palustre europea: laddove esse abitano il medesimo sito, si
verifica una diretta competizione per il cibo e per i siti
di termoregolazione per cui, la specie americana, più
aggressiva e veloce, ha la meglio sulla più piccola
e vulnerabile testuggine autoctona.
Il Gambero americano e la Rana toro sono specie attualmente
allevate in Europa per interessi di tipo alimentare; molti
individui hanno guadagnato la libertà in occasione
del verificarsi di piene ed alluvioni che hanno investito
gli allevamenti prossimi alle zone umide o quando queste strutture
sono state dismesse. Infatti, nonostante le molte precauzioni
prese per limitare la fuga degli esemplari, ogni accorgimento
è risultato superfluo per tentare di “confinare”
questi animali che oggi si stanno diffondendo in molte aree
del nostro Paese dove creano dissesti ecologici rilevanti.
Tra le specie introdotte a scopi venatori menzioniamo infine
la Minilepre o Silvilago e il Colino della Virginia che si
sono acclimatate con successo nell’Italia del nord-ovest,
contribuendo alla diffusione di nuove patologie infettive
alle quali le specie europee (nello specifico la Lepre e i
fasianidi) risultano decisamente vulnerabili.
Le transfaunazioni (tra le regioni
europee)
Le piante e gli animali presenti in
una regione sono l’espressione di migliaia di secoli
di continuo adattamento degli organismi all’azione selettiva
esercitata dall’ambiente, di delicati rapporti costruiti
vicendevolmente tra le specie e tra le loro popolazioni; la
fauna e i vegetali autoctoni sono pertanto una ricchezza naturale
originale che non andrebbe compromessa incentivando la diffusione
(e l’acclimatazione) delle specie aliene invadenti o
traslocando contingenti di individui riproduttori da una provincia
geografica all’altra (transfaunazioni).
Anche quando ciò avviene all’interno di un medesimo
continente (ad esempio dalle zone mediterranee a quelle del
centro Europa o viceversa) o nell’ambito di uno stesso
paese (es. trasferimenti dalle Alpi agli Appennini o da questi
alle isole) si dovrebbe tener conto del presupposto che solo
di rado i confini amministrativi di uno Stato coincidono con
la sua identità biogeografica.
In Europa le specie che sono state oggetto di modificazioni
di areali e che hanno interessato anche la Penisola italiana
sono state numerose. Tra i pesci ricordiamo i coregoni (già
a partire dal 1860 si rinvengono in primi nuclei in Italia),
il Lucioperca e il Siluro, l’Abramide e il Gardon e
recentemente il Rodeo; tutte queste specie erano diffuse anticamente
nella sola Europa centro-orientale.
A questi animali si aggiungono per gli uccelli la Pernice
orientale o Ciukar (le immissioni in Italia sono state finalizzate
al prelievo per scopi venatori), che potrebbe concorrere con
le specie locali (Pernice rossa e Coturnice) e tra gli anfibi
la Rana verde maggiore, introdotta in Liguria all’inizio
degli anni ’60, partendo da alcuni esemplari adulti
prelevati da una popolazione dell’Albania.
Le transfaunazioni (tra le regioni
italiane)
Al pari di ciò che è
avvenuto in Europa, anche in Italia diverse specie sono state
oggetto di trasferimenti; tra queste ne menzioniamo sei a
titolo di esempio.
La Rana verde è stata introdotta in Sardegna dove mancava
totalmente; i trasferimenti, probabilmente effettuati per
scopi alimentari da coloni veneti, sono avvenuti a più
riprese tra il 1940 e 1960.
La Marmotta è stata immessa nell’Appennino Tosco-Emiliano
nell’arco del decennio 1946-1956; successivi rilasci
sono avvenuti anche negli anni ’70 e nel 1987.
Il Muflone, dalla Sardegna (dove pare sia stato introdotto
dall’Anatolia già in epoca Neolitica) è
stato “portato” sia sulle Alpi che sugli Appennini
e ciò per incentivare la pratica venatoria.
I gechi sono specie che abitano la nostra Penisola per lo
più limitatamente alle regioni centro meridionali;
delle quattro specie presenti sicuramente il Geco verrucoso
e il Geco comune o Tarantola mauritanica sono andati in contro
alla espansione del loro areale a causa di ripetuti e fortuiti
trasporti passivi (con merci, derrate alimentari, prodotti
florovivaistici, etc.) che hanno favorito lo stabile insediamento
di colonie (riproduttive) in varie regioni del nord adriatico
come in Romagna e nella città di Trieste.
Accidentalmente anche il Ghiozzo padano è stato transfaunato,
da almeno un ventennio, in alcuni corsi d’acqua del
Lazio meridionale e dell’Umbria (e forse della Liguria),
dove si è posto in competizione con l’affine
ed indigeno Ghiozzo tirrenico.
La formica rufa (o meglio differenti specie facenti capo a
questo gruppo di imenotteri) è stata oggetto di trasferimenti
dalle Alpi a varie zone appenniniche e alla Sardegna. Questo
progetto di acclimatazione fu realizzato alla fine degli anni
’50 con l’obiettivo di diffondere questi imenotteri
in altri boschi e contenere le pericolose pullulazioni dei
bruchi di processionaria; infatti, le formiche rufe, sono
alquanto aggressive ed esercitano una considerevole predazione
sulle larve di questi parassiti defogliatori.
A suo tempo non si tenne conto del fatto che le stesse formiche
avrebbero potuto catturare anche insetti utili, cosa che di
fatto è accaduta: sovente sono state reperite anche
le spoglie di “preziosi” carabidi all’interno
stesso dei nidi, detti acervi, delle formiche.
Infine, la custodia esercitata dalle formiche rufe verso gli
afidi ha esasperato la presenza di questi ultimi e conseguentemente
essi hanno compromesso la stato sanitario di molti ecosistemi
forestali.
Le principali specie di interesse
gestionale in Emilia-Romagna
Tenuto conto della serie documentata
di impatti negativi conseguenti la diffusione in ambito regionale
delle varie specie di animali esotici, si ritiene fondamentale
che queste popolamenti debbano essere oggetto (in parte si
sta già operando in tal senso) di particolari “attenzioni”
gestionali: le azioni di controllo dovrebbero prevedere, in
alcuni casi, la definitiva eradicazione delle specie aliene,
ma quando ciò non è possibile è necessario
almeno tentare di limitare la loro presenza per lo meno alla
zona di primo insediamento.
La Trota iridea ha un’ampio areale indotto (dall’uomo)
ed è una specie molto richiesta per popolare i laghetti
adibiti a pesca sportiva: solo di rado sono stati accertati
casi di riproduzione, quindi per contenere l’impatto
derivato dalla sua presenza, sarebbe sufficiente evitare nuove
immissioni. Viceversa il Salmerino americano si riproduce
in Emilia-Romagna almeno in alcuni specchi d’acqua della
montagna Reggiana e del Parmense dove è stata registrata,
a partire dalle prime immissioni, una allarmante diminuzione
della presenza di anfibi (per alcuni siti esaminati, almeno
i tritoni, sembrano scomparsi definitivamente). Questi salmonidi,
in applicazione della L.R. 11/93 non possono essere oggetto
di ripopolamenti in acque pubbliche, ma rimane aperta la possibilità
che vengano introdotti in laghi “privati”, assoggettati,
o meno, alla pesca a pagamento; in definitiva questa azione,
pur essendo legittima, può ammettere pesanti ripercussioni
sulla conservazione dei piccoli biotopi acquatici ancora ricchi
di organismi endemici di spiccato valore biogeografico.
La Nutria, sempre più comune negli ambienti umidi di
pianura, sta decretando la rarefazione di specie vegetali
di pregio di cui abitualmente si nutre (es. Ninfea, tife),
provocando nel contempo un notevole disturbo alla nidificazione
di svariati uccelli acquatici; la frenetica attività
fossoria di questo mammifero, che scava le proprie tane negli
argini artificiali dei corsi d’acqua, ha provocato una
certa instabilità di questi manufatti, con conseguenti
pericoli di inondazioni.
Il Visone americano, si è inserito come nuovo predatore
nelle reti trofiche degli ecosistemi fluviali e a farne le
spese è soprattutto l’ittiofauna; ciò
è stato appurato almeno per l’entroterra romagnolo.
Inoltre questa specie potrebbe scalzare la presenza dell’indigena
Puzzola, senza dubbio meno versatile sotto il profilo trofico.
Il Daino, è un concorrente senza eguali con il Cervo;
noto ed eclatante è il caso relativo alle popolazioni
del Bosco della Mesola dove la specie esotica sta prendendo
il sopravvento sull’indigena popolazione del nobile
ungulato europeo.
La Testuggine dalle orecchie rosse e la Pernice orientale
hanno la meglio sulle omologhe, ma meno eclettiche, specie
europee.
Il Siluro è responsabile di una riduzione qualitativa
della componente ittica di molti bacini e corsi d’acqua
regionali e ciò in funzione delle sua relativa mole
che richiede giornalmente enormi quantità di cibo;
a rimetterci, in questo caso, sono totalità delle specie
ittiche autoctone.
Agire per mantenere la biodiversita’
Le ripercussioni negative indotte
dalla presenza degli alieni in un territorio sono oggi assai
note agli studiosi: le conseguenze ultime sono la perdita
definitiva della tipicità biotica caratteristica di
un’area.
Di fronte al rischio di una banalizzazione e di uno stravolgimento
delle componenti biologiche indigene non si può rimanere
inermi.
L’insieme delle azioni di conservazione e di salvaguardia
da intraprendere è senza dubbio assai complesso, va
analizzato caso per caso e non si può prescindere comunque
da una discussione dei problemi e delle relative soluzioni
senza il coinvolgimento delle categorie sociali ed economiche
interessate. In ultima analisi però solo i tecnici
competenti dovrebbero orientare le strategie definitive e
le azioni concrete da sviluppare.
Migliori risultati si otterrebbero se ognuno di noi si sentisse
coinvolto in questo “pasticcio” dato che per una
ragione o per l’altra, anche se involontariamente, tutti
abbiamo alimentato questo fenomeno, ancora poco conosciuto,
ma certamente assai deleterio.
Alcune esperienze pilota finalizzate al contenimento delle
popolazioni delle specie esotiche sono state intraprese da
alcune Amministrazioni pubbliche e dagli Enti di gestione
di varie aree protette del sistema regionale.
Nel Delta del Po, le Nutrie, dapprima catturate tramite il
ricorso a gabbie-trappola sono state soppresse in modo comunque
non cruento; pur avendo in certi casi ridotto (temporaneamente)
la loro presenza, si è accertato che solo proseguendo
questo tipo di azione di controllo si può scongiurare
l’espansione del roditore verso aree che esso ancora
non frequenta; in alcuni centri urbani sono stati predisposti
stagni di confinamento per ospitare contingenti di testuggini
esotiche, nell’obiettivo di indirizzare i cittadini
verso questi organizzati “punti di raccolta”,
scoraggiando l’illegale rilascio degli esemplari in
natura.
Tratto da: Tedaldi G., 2000. Venuti da
lontano: la fauna esotica naturalizzata in Emilia-Romagna.
Comune di Meldola-R.N.O. Bosco di Scardavilla. Collana Informazione
& Divulgazione, 3: 12 pp.
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