Torna alla Home Page

BIOTOPI
E GEOSITI

FLORA
E FAUNA

MINERALI
E FOSSILI

MUSEI E
SENTIERI NATURA

EDUCAZIONE
AMBIENTALE

MANIFESTAZIONI
ED EVENTI

fotomenu
FLORA
» La Flora dei terreni calciocarenti
FUNGHI
» I Funghi
FAUNA
» Insetti xilofagi
» Fauna esotica
» Rapaci notturni
» Insetti impollinatori
» Anfibi
Home > Flora > La Flora dei terreni calciocarenti

Storia del popolamento vegetale dei terreni decalcificati della collina forlivese

Saper “leggere” la vegetazione

Erica ArboreaLa presenza dei vari tipi di piante e il modo con cui esse si compongono nei loro habitat, dando forma ai vari tipi di vegetazione (il bosco, il prato, etc.), sono testimonianze viventi che rivelano preziose informazioni sui trascorsi climatici dei luoghi in cui esse dimorano, sulla natura del suolo e delle rocce sottostanti e, in ultima analisi, sulle perturbazioni indotte dagli usi e dagli sfruttamenti umani.
In definitiva, come le pagine di un documento, anche gli assembramenti degli organismi vegetali racchiudono notizie; l’abbondante o scarsa, frammentaria o continua presenza delle specie, la loro disposizione in seno al variare dell’altitudine e dei climi, il loro modo di riprodursi e di colonizzare nuovi spazi sono elementi chiave per interpretare l’evoluzione intrinseca del paesaggio.
A guidarci nell’arte difficile di saper distinguere agevolmente erbe, alberi ed arbusti, e di individuare il significato recondito di un ritrovamento floristico ci viene in aiuto un naturalista d’eccezione: il botanico ecologista o fitogeografo.
Egli non si limita alla sola classificazione degli organismi vegetali, ma sa interpretare il significato legato alla presenza dell’una o dell’altra essenza, presso un determinato luogo, sulla base di approfondite conoscenze geografiche, geologiche ed evoluzionistiche.
A tal riguardo la Romagna è stata la culla di uno dei più eminenti ed arditi di questi scienziati: Pietro Zangheri, forlivese scomparso nel 1983 dedicò la sua vita, quasi centenaria, all’esplorazione naturalistica della Romagna con particolare riferimento alla sua flora ed alla sua vegetazione. Ben poco di nuovo potremmo aggiungere oggi alla storia che documenta la formazione del popolamento vegetale della nostra regione, dato che lo stesso Zangheri ha saputo dare una spiegazione esaustiva ai vari fenomeni succedutisi; tuttavia le limitazioni indotte dalla precarietà dei mezzi di spostamento utilizzati all’epoca in cui egli stesso operò unitamente al vasto territorio che fu oggetto delle sue indagini (640.000 ettari, dal Sillaro all’Adriatico, dal Crinale Appenninico al Reno), non gli permisero di analizzare nel dettaglio tutte le microrealtà che oggigiorno conosciamo.

Un paesaggio che cambia

Con l’emersione progressiva del territorio Romagnolo, che com’è noto corrisponde ad un antico fondale marino, questa area si rivestì gradualmente di vegetazione e venne abitata da un ricco popolamento animale; l’odierna fascia collinare tuttavia subì alternativamente varie ingressioni marine e quindi solo più tardivamente rispetto ad altre zone potè procedere su di essa la colonizzazione da parte degli organismi viventi.
Come vedremo in seguito, l’assetto vegetazionale odierno è comunque il risultato di un seppur lento, ma continuo ed inarrestabile “aggiustamento” in cui le piante sono alternativamente protagoniste passive o attive.
Le caratteristiche fisiche dell’ambiente primitivo influenzarono, non poco, l’affermazione dei primi vegetali terrestri.
Essi si differenziarono e si specializzarono sia in funzione del graduale adattamento a vegetare presso gli habitat progressivamente conquistati, sia in funzione dell’opera modellatrice operata da un clima che, nei lunghi periodi si dimostrò assai mutevole.

La formazione dei terreni calciocarenti

I suoli decalcificati della collina forlivese sono facilmente individuabili, specialmente se privi di copertura vegetale, in quanto visibilmente differenti dagli altri tipi di terreno: in essi è evidente una decisa colorazione bruno-rossastra determinata dalla notevole presenza di un composto, l’idrossido ferrico, per l’appunto color ruggine.
La formazione di questi suoli avvenne per una concausa di fenomeni assai remoti e per una serie di vicende progressive.
Le rocce di origine sedimentaria marina, localizzate presso i versanti più elevati della catena appenninica e per lungo tempo esposti all’azione disgregante delle intemperie perdettero buona parte delle loro sostanze costitutive e in modo particolare dei composti a base di Calcio.
In seguito, questi residui, già in parte decalcificati, furono trasportati verso valle da piogge copiose, confluite in grandi ondate di piena, vere e proprie fiumane “primitive”; esse contribuirono non poco alla fluitazione e alla deposizione, presso la foce degli allora fiumi protostorici, di grandi quantità di sedimenti.
Tra questi elementi litici, prendevano parte sia grandi ciottoli che minute sabbie; queste ultime, già parzialmente povere di Calcio finirono per essere depositate sopra il poderoso “materasso” di ghiaie in quello che i geologi identificano come un arcaico ventaglio deltizio (conoide).
Probabilmente anche il mare rilasciò, presso queste località, ingenti cordoni sabbiosi che si mescolarono alla coltre dilavata.
Il fenomeno della decalcificazione avvenuto a carico dei suoli giacenti oggi in quella che risulta, per l’arretramento del mare, l’odierna pedecollina, ove vegetano per l’appunto i boschetti di Scardavilla, Farazzano e Ladino e altri biotopi forestali relitti, procede ulteriormente.
Gli strati di ghiaia e ciottoli sui quali riposarono le coltri sabbiose fluitate risultarono assai permeabili all’acqua meteorica; le piogge, per millenni, attraversarono il terreno dall’alto al basso con grande dinamismo e ciò indurrà l’ulteriore solubilizzazione del Calcio e il definitivo allontanamento delle ultime tracce di questo elemento.
A processo compiuto lo stesso “minerale”, sotto forma di masserelle tenaci e voluminose risulterà confinato negli orizzonti più profondi del suolo, laddove le radici delle piante non riusciranno più a reperirlo. Per una serie di interazioni chimiche e fisiche, la scarsità di Calcio, anzi la sua quasi totale assenza, impartisce, agli strati più superficiali del terreno, una reazione tendenzialmente acida.
A tal riguardo recenti analisi chimiche hanno riconosciuto al suolo forestale di Scardavilla un pH pari a circa 4.5; questo è un valore decisamente significativo se si tiene conto che la scala di riferimento pone la neutralità a 7 e normalmente la reazione di buona parte dei suoli romagnoli si attesta attorno a questo valore o addirittura dimostra tendenze opposte (basiche).
I terreni decalcificati detti anche “ferrettizzati” o “ferretti” sono ben rappresentati nella porzione occidentale della Romagna lungo un corridoio largo circa 2-3 chilometri, parallelo alla via Emilia che da Castel S. Pietro di Bologna si snoda fino a Meldola; questa fascia corrisponderebbe ad una delle storiche posizioni della vetusta costiera Adriatica.
In modo più frammentario ed isolato i terreni poveri di calcio sono rinvenibili anche in altre località della Romagna, ad esempio sugli altopiani di alcuni contrafforti appenninici (da dove, per la loro giacitura non sono mai stati dilavati); in queste località, la loro origine è definibile come di tipo “primario, autoctono” dato che essi si sono generati dove tuttora li reperiamo.
Localmente rintracciamo terreni poveri di Calcio, anche al di sopra delle formazioni rocciose costituite prevalentemente da sabbie grossolane debolmente cementate (Mollasse) e sulla sommità delle bancate dei “conglomerati di Predappio e di Cusercoli”; questi ultimi affioramenti geologici, che risultano pressoché paralleli alla fascia calciocarente pedecollinare, sono da riferire ad una ancora più remota battigia che procedeva lungo l’allineamento Dovadola, Predappio, Cusercoli e Voltre.
La natura poco fertile dei terreni calciocarenti risparmiò il loro dissodamento fino a quando, con la diffusione capillare delle macchine agricole avvenuta a metà “900, gli agricoltori locali poterono lavorare sistematicamente e in profondità questi suoli tanto da riportare alla superficie le sostanze fertili (i composti del Calcio che gli eventi naturali avevano fatto precipitare negli strati più profondi) e renderli così adatti ad ospitare, con maggior successo, le colture agricole.

I suoli decalcificati pedecollinari si rivestono di vegetazione

CistoLa flora primigenia dell’entroterra romagnolo, oggi in buona parte estinta, era costituita da specie “subtropicali” tra cui citiamo come esempio l’Alloro e il Platano; il clima, caldo ed umido, permetteva la vita ad animali, ora scomparsi, come ippopotami, elefanti, rinoceronti e scimmie.
Non mancano successive variazioni climatiche con abbassamenti di temperatura, e una distribuzione irregolare delle piogge, fino a quando il clima, gradualmente, si fece più mite: oggi lo definiremo di “tipo mediterraneo”.
Si diffusero allora piante da costumi termofili e xerofili, cioè capaci di sopportare estati lunghe e siccitose; sulla base del ritrovamento dei pollini fossili, custoditi nelle profondità del terreno e in ragione della presenza di popolamenti presenti in varie zone, Zangheri stesso immagina i suoli (acidi) della Romagna ricoperti ampiamente da Erica arborea e Cisto a foglie di salvia o salvifoglio.
E’ da sottolineare che nel periodo in cui il popolamento di specie mediterranee potè espandersi e prendere il sopravvento su altre forme più arcaiche di vegetazione, la formazione dei terreni decalcificati pedecollinari non era del tutto conclusa. Probabilmente solo le conoidi più vecchie, quelle che appaiono oggi a quote più elevate, come ad esempio quella in coincidenza del terrazzamento sul quale si è sviluppato poi il bosco di Scardavilla, furono colonizzate direttamente dai resti della vegetazione mediterranea terziaria (la cosiddetta “epoca terziaria” si è conclusa circa 2 milioni di anni orsono).
Al di fuori dei terreni più spiccatamente “ferrettizzati” vegetavano diffusamente Cisto rosso, capace di adattarsi tanto ai substrati calcarei che a suoli leggermente acidi, Alaterno, Corbezzolo (oggi estinto dalla Romagna), Fillirea (presente attualmente solo nelle Pinete Ravennati) e varie specie erbacee, tra le quali prendevano parte diverse orchidee del genere Ophrys.
Dopo il periodo caldo mediterraneo, durante il quale l’ericeto e il cisteto ebbero il loro massimo rigoglio, giunse un periodo più fresco ed umido che determinò un regresso di queste piante.
Oggi le poche aree “ferrettizzate” rappresentano le ultime oasi di rifugio per i popolamenti della flora calcifuga termofila. Laddove questa vegetazione è ancora presente assume il significato di relitto: infatti questa arcaica comunità botanica è sopravvissuta solamente presso quei siti che hanno potuto garantire un microclima favorevole alle sue intrinseche esigenze ecologiche.
A testimoniare l’avvento di una certa recrudescenza del clima, che procedette comunque non prima di alcune migliaia di anni dalla fine dell’epoca terziaria, rinveniamo un’altra ericacea, il Brugo tipica essenza degli arbusteti nordico-montani detti propriamente brughiere o calluneti, sulla base nome latino proprio di questa specie: Calluna vulgaris.
Il Brugo si diffuse gradualmente dal nord Europa fino alla catena appenninica e all’Italia centrale; anch’esso, come le specie sopra citate, dimostra assoluta intolleranza per il Calcio e quindi la sua presenza presso un sito è indicatrice della reazione subacida del suolo.
Progressivamente gli arbusteti ad Erica e Cisto vennero confinati alle porzioni più calde dei versanti; i calluneti furono verosimilmente colonizzati da specie arboree microterme come il Pino silvestre.
Questa forma di paesaggio, la brughiera alberata è ancora superstite in alcune zone collinari del Piemonte e della Lombardia. Nelle località presso le quali il calluneto ha potuto vegetare più rigogliosamente in funzione di un clima più stabile e di tipo atlantico (fresco e piovoso), esso ha profondamente alterato l’assetto chimico-fisico del suolo tanto da contrastare la formazione di consorzi forestali veri e propri.
Alle nostre latitudini ciò non è stato possibile in quanto il Brugo non ha mai trovato un optimum climatico; esso quindi ha dato origine a formazioni arbustive transitorie, mai dominatrici dei consorzi vegetazionali, destinate, col tempo, ad essere sostituite gradualmente dal bosco.
Sul finire del periodo che segnò l’avvento della vegetazione montana a Pino silvestre si ebbe, nuovamente, un periodo temperato caldo e secco che permise, alla vegetazione termofila, di colonizzare i suoli “ferrettizzati”, nel frattempo depositatisi presso i pianori (i terrazzamenti indotti dalla deposizione e dalla erosione fluviale) della primissima pedecollina. Verosimilmente avvenne in questo momento l’ingresso dell’Erica e del Cisto (e di altre specie mediterranee accompagnatrici) nei biotopi di Farazzano e Ladino.
In seguito prese il sopravvento, anche in Romagna una quarta successione vegetazionale che preannunciò la definitiva affermazione delle latifoglie a scapito degli ericeti e delle brughiere variamente alberate.
E’ dapprima la faggeta, con il suo ricco corredo di specie erbacee ed arbustive a gravitazione montana che imprime un decisivo mutamento floristico delle aree in oggetto, il cui assetto “definitivo” si concluderà con il recente predominio del querceto cadufoglio misto a prevalenza di Cerro. Senza dubbio questa ultima specie, più del Faggio, potè meglio affermarsi sui suoli dei terreni calciocarenti; essi infatti dimostravano di essere troppo compatti e poveri di humus per agevolare lo sviluppo dei faggi che tuttavia si affrancarono anche a basse quote laddove le condizioni stazionali erano loro confacenti.

Salviamo la flora degli ultimi “ferretti” forlivesi

Ai tempi in cui Pietro Zangheri effettuò i suoi studi fitogeografici l’Erica arborea, vestigia della trapassata brughiera mediterranea e la Calluna, residuo della più tardiva brughiera nordica erano ancora assai diffuse presso i terreni decalcificati della collina forlivese.
L’ericeto con Cisto era assai florido sul colle di Scardavilla (Monte Lipone) laddove la vegetazione arborea era più diradata; diversamente, nelle parti più fresche del bosco, dominava il calluneto.
Attualmente a Scardavilla, ma ancor più nel bosco di Farazzano (presso Carpena) e in quello di Ladino (Forlì) questi popolamenti vegetali arbustivi sono scomparsi: sopravvivono, isolati, solo pochi esemplari di Erica e Cisto, mentre del Brugo non rinveniamo più alcuna traccia.
Il potenziamento degli habitat che ospitano gruppi residuali di piante e il ripristino delle condizioni confacenti alle esigenze ecologiche delle essenze relitte sono obiettivi strategici primari, a cui si dovrà lavorare alacremente per migliorare lo status e frenare il degrado della flora superstite.
Una situazione vegetazionale degna di nota e sicuramente riconducibile a quella descritta da Pietro Zangheri circa un mezzo secolo fa per il Bosco di Scardavilla è ancora presente in un querceto a dominanza di Cerro, localizzato su un potente affioramento di conglomerati, non lontano da Voltre di Civitella di Romagna, presso la località Cà Sasso-Corbara.
Presso questo biotopo, attualmente oggetto di specifiche indagini e comunque minacciato dalle attività estrattive di una vicina cave di inerti, è stato rilevato un florido popolamento di Erica arborea; nel sottobosco sopravvivono ancora alcuni esemplari di Calluna vulgaris che si compongono assieme alla stessa Erica. Ai margini della formazione arborea sono presenti anche il Cisto rosso e la Ginestra dei Carbonai (notoriamente calcifuga), nonché un buon numero di orchidee spontanee.
Non lungi da Teodorano di Meldola, presso il Fosso del Paladino, si compone un bel esempio di cisteto mediterraneo a Cisto rosso; è diffusa, anche se con sporadici esemplari, l’Erica arborea. Laddove l’esposizione ai quadranti settentrionali induce un microclima decisamente più fresco si sviluppano, in una zona limitrofa, anche vari castagni (probabilmente diffusi dall’uomo) ed è stata rilevata una significativa popolazione di Dente di cane, specie erbacea dalla precoce fioritura tardo invernale, legata ai suoli subacidi dell’Italia centro settentrionale.
Altri relitti di vegetazione insediatasi sui terreni decalcificati della media collina forlivese sono rinvenibili presso Fiordinano, lungo il crinale che separa la valle del Bidente da quella del Rabbi, e non lungi dalla località di Villa Merenda di Forlì dove sono stati reperite Erica, Cisto salvifoglio, ed alcune rare specie erbacee a diffusione mediterranea (Limodorum abortivum e Aristolochia rotunda).
Le ultime tracce del Bosco detto “della Monda” presso Carpena di Forlì sono ancora percepibili, ma presso questo sito non sono state rilevate piante significative.
Tenuto conto delle considerazioni ai cui giunse lo stesso Zangheri e sulla base dei risultati conseguiti dalle recenti ricerche promosse dalla direzione della Riserva Naturale Bosco di Scardavilla, si denota che buona parte della flora più caratteristica dei terreni ferrettizzati sta subendo un inesorabile e repentino declino.
Se da una parte questo fenomeno era prevedibile, a causa dell’insufficiente rinnovazione dimostrata dalle essenze di origine remota non più in sintonia con le condizioni ambientali odierne, d’altro canto non era immaginabile che le trasformazioni del territorio, indotte dall’uomo, potessero, così radicalmente alterare, in tempi storici (cioè in meno di un secolo) l’assetto dei biotopi esaminati.
Si ritiene che la recente e “alquanto veloce” estinzione della Calluna dai terreni calciocarenti collinari (a Scardavilla è stata censita fino al 1988, ma oggi non è più reperibile) e comunque, la presenza sempre più sporadica delle specie erbacee ed arbustive proprie di questi ecosistemi, è da ricercare nelle avvenute trasformazioni degli habitat conseguenti la realizzazione dei tagli di utilizzo forestale.
Il bosco naturale d’alto fusto, così come fu rilevato a Scardavilla da Zangheri nei primi anni del secolo scorso, garantiva la sopravvivenza a tutte quelle specie spiccatamente eliofile, cioè bisognose di luce, come cisti, eriche e calluna.
Con l’inizio dello sfruttamento intensivo del bosco queste essenze manifestarono in breve tempo segni di un inarrestabile regresso: l’abbattimento degli alberi secolari e il conseguente sviluppo dei polloni (fusti avventizi) determinò, in una prima fase, una rapida insolazione e un maggiore riscaldamento del suolo (momentaneamente favorevole ad Erica e Cisto, ma non al Brugo) e poi una progressiva e duratura fase di ombreggiamento, propria dei boschi cedui e intollerabile per la totalità delle specie citate.
Inoltre le mutate condizioni di copertura arborea e il notevole apporto di sostanza organica dovuto ai cascami del bosco ceduo hanno sconvolto la natura e l’assetto originario del terreno; esso, mai come in questi ultimi anni è stato così eutrofico, cioè ricco di sostanze nutrienti, tanto da essere favorevole ad altre specie piuttosto che a quelle tipiche dei consorzi a erica o a brugo che in tal senso sono assai rustiche ed adattate a vegetare su substrati poveri ed aridi.
La storia della vegetazione dei “ferretti” sembra così avere un triste epilogo: l’uomo con i suoi usi smoderati ha sancito la riduzione o addirittura la definitiva scomparsa del loro tipico popolamento floristico. Per centinaia di secoli questi ecosistemi si erano conservati nella loro originaria costituzione, frutto di combinazioni ambientali forse mai più replicabili; quel che ancora resta del manto vegetale dei terreni decalcificati dovrebbe indurre la comunità preposta alla gestione del patrimonio naturale a promuovere severe misure di protezione nell’obiettivo di garantire il mantenimento di queste significative zone naturali del nostro Paese.

Tratto da: Tedaldi G., 2000. Storia del popolamento vegetale dei terreni decalcificati della collina forlivese. Comune di Meldola-R.N.O. Bosco di Scardavilla”, Collana Informazione & Divulgazione, 2: 12 pp.