| Organismi a servizio
della natura: i funghi
I funghi, come sono ?
Nell’introduzione
si faceva riferimento all’indispensabilità dei
funghi; prima di spiegare questo concetto sarà bene
chiarire cosa si intende per funghi.
Diffusamente con questa parola si identificano particolari
“frutti” del bosco o del prato che si rivelano
a noi sotto svariate forme, colori e portamento. A prescindere
da come essi ci appaiono, non sono altro che corpi fruttiferi
di un organismo poco manifesto.
L’organismo fungo, o più propriamente micelio,
ramificato a variabile profondità nel terreno, oppure
annidato tra il legno marcescente di un albero o ancora tra
le spoglie di piante o animali, assale, per poi degradarla
con le sue ife, la sostanza organica appartenente ad altri
esseri viventi.
Questo micelio, chiamato secondario, è generato dall’unione
di due miceli primari sviluppatisi a loro volta da spore;
il loro incontro deve avvenire entro limiti spazio-temporali
ben precisi. Il micelio secondario, una volta in accrescimento
e in presenza di condizioni ambientali ad esso favorevoli
(habitat, microclima, nutrienti etc.) sarà in grado
di produrre un frutto “visibile”, propriamente
chiamato carpoforo.
Le spore sono i “semi” dei funghi e sono portate
in quella porzione del corpo fruttifero chiamato imenio che
può assumere aspetti diversi; sulla base delle varie
differenze riscontrate sono stati identificati vari raggruppamenti
che hanno permesso l’attribuzione tassonomica secondo
generi di appartenenza. L’imenio quindi si presenta
sotto varie forme e generalmente occupa la parte inferiore
del cosidetto cappello: lamellare (le numerose lamelle, simili
a pagine di un libro sono più o meno distanziate e
spesse) e spugnoso (tante piccole aperture rotonde o poligonali,
detti pori, che sono la parte terminale di altrettanti “tubicini”
appressati chiamati tubuli).
Le spore, normalmente, hanno dimensioni ridottissime, misurano
solo pochi micron. Esse vengono disperse nell’ambiente
o per azione meccanica (alcuni funghi dispongono di veri e
propri apparati atti a lanciarle lontano che si chiamano balistospore)
o facendosi veicolare dagli animali (che mangiando il fungo
lo trasportano poi in altri luoghi depositando le spore attraverso
i loro escrementi) oppure, nella maggioranza dei casi, mediante
fenomeni meteorologici, come vento e pioggia. La parte imeniale
dei funghi è un costituente del carpoforo stesso, normalmente
negli agaricoidi è supportato da quello che si chiama
cappello; quest’ultimo può avere un aspetto molto
vario, prendendo forme differenti, a guanciale, a cono, a
campana a imbuto.
Tale cappello è sostenuto da un gambo (o piede) diversificato
anch’esso per aspetto e portamento: cilindrico, appuntito,
clavato, cavo, farcito, pieno, esile, rigido, fragile, centrale
o eccentrico. Può anche essere ornamentato in vario
modo e quindi presentarsi reticolato, frangiato, zigrinato,
punteggiato. A volte porta avanzi di un velo parziale: ciò
che resta di un tessuto che nel giovane corpo fruttifero unisce
bordo del cappello e gambo, a protezione dell’imenio.
A maturità esso si lacera e rimane comunque evidente
e permanente (più o meno), sotto forma di anello sul
gambo.
Un’altra parte di tessuto che allo stadio iniziale ricopre
tutto il carpoforo facendolo assomigliare a un uovo e si lacera
con la maturazione rimanendo come ornamento del cappello in
una sorta di “avanzo” assume nomi variabili (a
secondo dell’aspetto) di verrucche o lembi; la parte
inguainante la base del gambo (se presente), a guisa di bicchierino
variamente distanziato o appressato a questo, si chiama volva.
In forma speditiva ed elementare abbiamo così descritto
quali sono le parti principali di un carpoforo tra i più
comuni; a seconda dell’aspetto con il quale si presentano
via via cappello, lamelle, gambo, volva ed anello (le combinazioni
possibili sono assai numerose) si originano specie dalle più
svariate e diversificate forme.
Continuando nella trattazione ricordiamo che anche quelle
mensole “legnose” che talvolta ornano i fusti
degli alberi deperienti sono funghi: si chiamano polipori
ed hanno un imenio costituto da tubuli a cui corrispondono
pori (da cui il nome) appressati e difficilmente separabili
dal cappello.
Altri funghi ricordano piccole dita (singole o ramificate)
esili o grossolane; tante sono ancora le forme a tazza o a
coppa (grandi da pochi millimetri ad alcuni centimetri), altri
ancora presentano un aspetto cerebriforme, oppure sembrano
“palloncini” più o meno voluminosi (da
pochi a svariate decine di centimetri) noti volgarmente con
il nome di vescie. In queste ultime, a maturità, tutta
la gleba interna diventa una sorta di polvere costituita da
spore che si disperderanno nell’ambiente; se le condizioni
climatiche e pedologiche (del terreno) lo permetteranno, esse
potranno generare nuovi miceli (questa genesi è chiaramente
valida per tutti i generi fungini).
La varietà di forme e colori nei funghi è enorme,
la natura si è manifestata ancora una volta in modo
veramente stupendo: pensate alla bellezza, seppure pericolosa,
dell’Ovulo malefico (Amanita muscaria), classico fungo
frequentemente rappresentato tra gli abitanti dei boschi,
nei libri di fiabe. Iconograficamente affascinante, nel biancore
del suo stipite (gambo) porta un cappello di un rosso acceso
tutto punteggiato di bianco.
Da sempre fiabe e tradizioni ci parlano dei funghi: essi sono
alla base anche di arcaiche e, in taluni paesi, attuali religioni.
Alcuni funghi allucinogeni venivano e vengono tuttora utilizzati
dagli sciamani per “avere un contatto diretto e medianico
con le loro divinità”.
Capaci di essere droghe, ma anche medicine utili all’uomo
(non si dimentichi che la stessa penicillina è estratta
da un fungo), alcune specie determinano effetti deleteri alla
nostra salute, diverse altre sono addirittura mortali, altre
ancora riescono a ledere permanentemente le funzioni di organi
come il fegato o i reni, altre più “bonarie”,
provocano intossicazioni gastrointestinali temporanee, altre
ancora inducono, come già accennato “strani”
effetti allucinogeni. E’ chiaro che in generale i funghi
sono quindi “frutti” da rispettare e “gestire”
con attenzione.
Diverse specie hanno caratteristiche organolettiche eccellenti
(profumo, aroma); ciò ha favorito un fiorente commercio
ed un’economia dai profitti tutt’altro che trascurabili.
Si pensi quale fonte di reddito può rappresentare ad
esempio il Tartufo bianco (Tuber magnatum), esso stesso fungo,
anche se completamente sotterraneo e quindi detto ipogeo,
date le quotazioni di mercato che raggiunge (svariati milioni
per chilogrammo !). I funghi, in definitiva, vanno trattati
sempre con riguardo: affinchè un eccellente contorno
non diventi un incubo da ricovero ospedaliero è necessario
prestare attenzione e possedere competenza, non ci si deve
mai stancare di affinare le proprie capacità di riconoscimento
e determinazione delle varie specie e varietà. Infine,
il rispetto verso questi “prodotti” della natura
deve essere sempre presente allorquando ci accingiamo a prelevarli
dall’ambiente; essi giocano infatti un ruolo fondamentale
per il mantenimento degli equilibri ecosistemici e quindi
anche per la vita stessa dell’uomo.
I funghi, come si nutrono ?
Dopo
aver accennato alla morfologia dei funghi e alla loro riproduzione,
dobbiamo ora capire come si nutrono: le cose si complicano
un pò.
Osservandoli notiamo che sono variamente colorati, nonostante
ciò, anche se taluni assumono tonalità verdastre,
non possiedono clorofilla.
In definitiva essi non possono praticare la fotosintesi; da
ciò si deduce che i funghi non sono organismi autotrofi,
anche se, con questi ultimi instaurano uno stretto legame
e ad essi debbono la stessa possibilità di svilupparsi.
I funghi sono esseri eterotrofi (più simili agli animali
che alle piante) e come noi hanno bisogno di assumere sostanze
nutritive complesse di natura organica e già preformate
(es. zuccheri carboidrati); nel caso dei funghi micorrizici
il carbonio di cui hanno bisogno verrà ricavato dalla
demolizione degli zuccheri semplici come ad esempio il fruttosio
o il saccarosio organicati dalla pianta a cui sono legati
e che essa “cederà” loro.
Cercheremo ora di chiarire come e quanto siano importanti
e “indispensabili” tutti i funghi, in modo più
evidente quelli micorrizici. Durante il loro accrescimento
essi hanno la capacità di sviluppare ife che interagiscono
con le radici di piante superiori, diventandone parte integrante
ed estensiva trasformandosi in guaine o mantelli che ne ricoprono
gli apici e i peli radicali.
Questi organi, che normalmente transitano il “cibo”
(cioè le sostanze minerali, dal terreno al resto del
vegetale, ampliano in tal modo la loro superficie di assorbimento,
che divenendo molto più estesa e sviluppata favorisce
una maggiore capacità di nutrizione e, in definitiva,
di sviluppo per la pianta.
Tale fenomeno da origine a piante di norma più accresciute
e robuste e ciò è palesemente rilevabile negli
impianti forestali ove vengono utilizzate plantule micorrizzate.
Prende il nome di micorriza la peculiare forma di simbiosi
(aiuto reciproco) che si viene a instaurare tra micelio fungino
e pianta superiore, arbustiva, arborea o erbacea che sia.
I funghi responsabili di questo processo sono organismi simbionti
che hanno sviluppato un legame talmente indissociabile tanto
che possiamo trovarli esclusivamente in prossimità
di particolari specie di vegetali: un esempio ci è
dato dal Laricino (Suillus grevillei) che cresce solo sotto
il Larice (Larix decidua). Evidente anni or sono era il legame,
proprio a Scardavilla, tra Porcino nero (Boletus aereus) e
Cerro (Quercus cerris).
La micorriza è una forma di collaborazione altamente
specializzata che, con alcune accortezze, diviene facilmente
sfruttabile anche da parte dell’uomo: come si accennava
in precedenza si possono ottenere piante più robuste
da utilizzare nei rimboschimenti, e inoltre non si dimentichi
il vantaggio (economico) derivante dagli impianti artificiali
di piante tartufigene. Al tal proposito si rammenta che il
Tartufo nero (Tuber melanosporum) è già da tempo
oggetto di questa coltivazione, mentre per il Tartufo bianco
pregiato non si è addivenuti a risultati soddisfacenti.
E gli altri funghi, penserete voi, quelli che crescono sugli
alberi, sulle vecchie ceppaie, sugli strati di foglie cadute,
sugli strobili, sulle deiezione animali o ancora sui piccoli
animali morti, sono utili anche loro ?…La risposta è
affermativa...!
Ogni genere ha sviluppato differenti capacità di aggressione
nei confronti dell’una o dell’altra sostanza e,
tutti assieme, concorrono a riciclare e a rimineralizzare
la materia in sinergia con altri organismi come ad esempio
batteri e insetti xilofagi.
Tutto ciò che assumono viene trasformato progressivamente
in un complesso nuovo detto comunemente humus a disposizione
di altre forme vegetali.
Nell’ambiente l’uomo interviene pesantemente,
senza valutare che, anche la sola asportazione di un ramo
morto da un bosco, riduce la possibilità che si mantenga
quel prezioso equilibrio intrinseco alla natura quando essa
viene lasciata “a se stessa”.
A tal proposito l’esistenza di aree tutelate e conservate
nel loro naturale divenire è un presupposto fondamentale
per garantire la ricchezza delle varie biocenosi e preservare
la biodiversità a livello globale.
I (principali) funghi di Scardavilla
E’ noto che la Riserva Naturale Orientata
Bosco di Scardavilla è situata in un terrazzamento
fluviale: il terreno che ivi si è generato, che lo
stesso Zangheri definiva “ferrettizzato”, è
povero di calcio (calciocarente) e ha reazione debolmente
acida.
I funghi, rispetto ai vegetali superiori, sono meno vincolati
agli habitat e, in una certa misura, li colonizzano più
facilmente, subendo al massimo variazioni rispetto ai periodi
di fruttificazione o alla quantità di carpofori generati,
quindi la generale tendenza subacida del suolo tipico della
Riserva Bosco di Scardavilla non rappresenta un fattore di
per sè limitante.
Come per la flora, che a Scardavilla si arricchisce di elementi
termofili meridionali e di piante dei climi freschi continentali
in ragione della posizione intermedia di questo bosco nell’Italia
peninsulare e della sua localizzazione, in Romagna, a media
quota, anche per i funghi abbiamo presenze molto varie, sia
in ragione di quanto sopra esposto a riguardo delle loro “scarse”
esigenze pedologiche, sia perché la variabilità
floristica della Riserva accresce la possibilità di
convivenza per un buon numero di specie fungine parassiti.
Infatti, la quantità di generi fungini è legata
all’habitat, ma soprattutto alla variabilità
delle essenze arboree, arbustive ed erbaccee che compongono
un determinato biotopo.
Eccezion fatta per le comunità micologiche artiche
o alpine o di ambienti estremi come la battigia di una spiaggia
o i ghiacci antartici, proprio negli ambienti forestali (e
quindi anche Scardavilla) rinveniamo una grande varietà
di questi utili organismi.
Nella selva collinare di Scardavilla vivono soprattutto funghi
legati alle latifoglie (per quanto concerne i simbionti);
anche i saprofiti sono comuni visto l’abbondante substrato
di lettiera che si deposita nel querceto.
La diffusione degli elementi parassiti è notevolmente
ricca e varia in ragione della presenza di ceppaie derivanti
dai vecchi tagli del bosco e per l’abbondanza di alberi
deperienti a causa di ferite o per naturale decadimento; questi
substrati sono ideali per i funghi suddetti che hanno avuto
una possibilità certa di instaurare, e di far germinare
il loro micelio, nonché di fruttificare.
Molto comune a Scardavilla è un tipo di Famigliola
o Chiodini (Armillaria tabescens), specie parassita di vetuste
ceppaie e legata a microclimi caldo-umidi; anni orsono si
rinveniva con una certa abbondanza, ma la diffusione della
notizia sulla sua presenza ne incentivò la raccolta
a tal punto che la popolazione di questo fungo subì
un brusco calo.
Per ingordigia veniva infatti raccolta molto giovane, quando
ancora, non matura, non aveva prodotto spore; in definitiva
gli veniva preclusa la possibilità di disseminare e
di riprodursi su altre ceppaie. Attualmente l’accesso
controllato e l’assoluto divieto di raccolta dovrebbero
garantire un “ritorno” di questo utile fungo che
concorre alla disgregazione e al riciclaggio delle sostanze
presenti nei ceppi marcescenti delle latifoglie.
In questo compito la specie citata è aiutata anche
da un altro fungo, l’Olearia (Omphalotus olearius).
Questa specie è alquanto singolare: è riportato
in letteratura che esso emetta, di notte, al pari dei Chiodini
(Armillaria mellea) una certa luminescenza.
Anch’esso parassita, convive di frequente con le stesse
Famigliole; anche se di bellissimo aspetto è tossico
e provoca, se consumato, disturbi all’apparato gastrointestinale
con violente scariche diarroiche…purtoppo capita che
qualcuno lo confonda con gli ottimi Galletti (Cantharellus
cibarius). Tuttavia l’esperto sa che il substrato di
rinvenimento di questa specie è un ottimo indizio rilevatore:
i Galletti, infatti, sono terricoli e mai lignicoli come invece
l’Olearia.
Per esperienza diretta di chi scrive è stato accertato
che l’errore avviene spesso, infatti abitualmente anche
a Scardavilla (quando, prima dell’istituzione dell’area
protetta, la raccolta dei funghi era permessa) si trovavano
i “tagli” a scapito dell’Olearia che, senza
dubbio, qualcuno praticava per la consumazione e non certamente
per lo studio.
Molti altri sono i parassiti che vegetano sulle ceppaie o
sugli alberi malandati o sofferenti del Bosco: bellissimi
e colorati, nel loro cespitoso aspetto, sono i Gymnopilus
sp.p., le Pholiote sp.p. o l’Agarico ostreato (Pleurotus
ostreatus), conosciuto anche come Sfiandrina, Orecchione o
Gelone in quanto fruttificante pure in inverno.
La brillantissima Famigliola gialla (Flammulina velutipes)
con i suoi caspi arancioni e lucidi nel cappello e dal bellissimo
piede nero (tendente poi all’arancione vellutato) decora
i tronchi degli alberi maturi quando, in inverno il querceto
di Scardavilla ci dona solo poche immagini colorate.
Molto più delicate per le loro tinte e fragili, per
la relativa consistenza, sono alcune specie di Mycena sp.p..
La stagione nella quale possiamo osservare e ammirare una
più varia “fioritura fungina” è
chiaramente l’autunno, periodo nel quale, la maggior
parte dei miceti affiora e fruttifica. Ecco allora che possiamo
incontrare le coloratissime Russule o Colombine (Russula sp.p.),
chiamate in volgare Balute; nelle radure più luminose
si sviluppano i grandi “ombrelli” delle Mazze
da tamburo (Macrolepiota procera) e laddove la macchia è
appena più fitta è facile rinvenire una clitocibe
non molto comune in altre località, ma qui assai frequente
e cioè la tozza e vistosa Clitocybe alexandri.
Il Bosco, a detta di chi decenni fa già lo frequentava,
era più ricco di funghi “pregiati” e non
era raro fare ricche raccolte di Porcino nero e Porcino (Boletus
edulis). Di facile ritrovamento era anche la regale Amanita
caesarea (Ovulo buono) o le rarissime Amanita eliae e Amanita
crocea; l’incidenza antropica, la frequentazione assidua
di tanta gente ha portato negli anni a una diminuzione della
presenza di queste specie. Parallelamente i tagli inconsulti,
la creazione quindi di radure più ampie ha influito
sui caratteri microclimatici di alcune zone del bosco; la
maggiore insolazione e un certo dilavamento della superficie
del terreno, dovuta ad una esposizione diretta di queste zone
ai fenomeni meteorici e il minor strato di foglie depositate,
hanno ostacolato l’affermazione per le specie maggiormente
esigenti.
Viceversa altre, sicuramente più banali ed ubiquitarie,
hanno trovato nuovi habitat consoni alla loro ecologia.
Nelle radure sarà più facile rinvenire la cosiddetta
Gambasecca (Marasmius oreades), tipicamente gregario a file
o a semicerchio, le piccole Pholiote sp.p., i Coprinus di
varie specie e gli Hygrophorus sp.p., caratteristici degli
ambienti più aperti ed “arieggiati”.
La modificazione di certi siti, se da una parte riduce la
presenza delle specie particolari, d’altro canto favorisce
la comparsa di organismi nuovi, certamente meno interessanti
sotto l’aspetto biogeografico, ma comunque meritevoli
di considerazione.
A questo proposito è da ricordare che il compianto
dott. Antonio Cicognani, valente micologo che studiò
a fondo proprio il Bosco in oggetto, rinvenì a Scardavilla
un fungo alquanto raro per la micoflora italiana: Volvariella
bombycina varietà flaviceps.
Questo micete “nasceva sul tronco della più vecchia
quercia presente nel Bosco, all’interno di una fenditura
alla base del tronco”, poi caduta al suolo in seguito
ad un violento fortunale nell’autunno del 1997. Ci si
interrogò su questo ritrovamento e si suppose che le
spore fossero giunte da un vicino vivaio che ospitava piante
esotiche ornamentali importate da chissà dove.
Questo fatto ci suggerisce una deduzione: dato che i funghi
si riproducono per mezzo delle spore che sono molto resistenti
nel tempo a svariati agenti chimici, e che esse sopportano
la digestione animale (e umana) senza perdere la loro potenzialità
riproduttiva, possono percorrere migliaia di chilometri ad
esempio trasportate dal vento o mescolate al vapore delle
nubi. L'uomo stesso, con lo sviluppo dei trasporti aerei,
navali e stradali è stato sicuramente “il mezzo
veicolante” per la diffusione di alcune specie al di
fuori della loro naturale area d’origine.
Da tempo quindi avviene una certa ridistribuzione di organismi
tra regioni e da un continente all'altro del nostro pianeta;
senza dubbio quando questa situazione è riconducibile
esclusivamente all’opera dell’uomo non è
da considerarsi un fatto totalmente positivo, soprattutto
se le nuove specie si comportano da invadenti e da parassiti
nei confronti delle comunità di viventi, tipiche e
rappresentative (autoctone) di una determinata zona geografica.
Conclusioni
I fenomeni ai quali si è
fatto riferimento sopra portano a sostenere ancor più
la tesi che l’ambiente naturale non è certo un’entità
statica: infatti un habitat non “nasce e muore”,
bensì evolve o muta come un organismo in continuo rinnovamento.
Ci saranno specie che tenderanno a scomparire mentre altre
si manifesteranno per la prima volta, l'importante è
non forzare la natura, non pretendere di salvare ciò
che non può essere più salvato dal suo destino
naturale o eliminare ciò che si pensa essere fuori
luogo o non adatto all'ambiente oggetto della nostra attenzione.
L’ambiente è assimilabile a un “individuo
immortale”, con una sua intrinseca forza e una sua potenzialità
che esprime un tipico “codice genetico”, ricco
e completo di quei caratteri che lo porteranno nel tempo a
crescere, evolversi, maturare.
In tal senso la flora fungina della Riserva Naturale Orientata
Bosco di Scardavilla richiederebbe un censimento approfondito
e aggiornato da sviluppare negli anni, in quanto non tutti
i funghi si manifestano esteriormente a ogni stagione.
L’indagine mirata non sarebbe certamente fine a se stessa:
dato che alcuni funghi sono ottimi indicatori ambientali,
la loro osservazione protratta nel tempo consentirebbe di
accertare eventuali, e più o meno rapide, variazioni
a carico dell’ambiente.
Tale approcio permetterebbe di accertare se anche a Scardavilla
vi nascono entità particolari o endemiche; al presente
siamo in grado di affermare che nel Bosco relitto e ai suoi
margini sono stati rilevati, eccezion fatta per pochissime
entità, funghi che si possono reperire comunemente
in buona parte del territorio romagnolo.
Al di fuori delle aree protette il crescente aumento del numero
di raccoglitori di funghi (poco educati) può determinare
una sensibile diminuzione delle presenze micologiche.
A tal riguardo ricordiamo che il troppo calpestio, portando
ad una compattazione dello strato superficale del terreno,
può provocare la conseguente frattura o il danneggiamento
dei miceli.
E’ noto che l'agricoltore o il saggio contadino non
raccoglierà mai i frutti di un albero spezzandone o
tagliandone i rami. Così deve avvenire anche per il
prelievo dei miceti: il prodotto che si raccoglie è
un “frutto”, assimilabile, per certi versi a una
mela o una pera, per le quali non si rischia, durante la raccolta,
di danneggiare la pianta madre.
Il comportamento scorretto di alcuni raccoglitori, la consuetudine
da parte di chi non conosce i funghi di danneggiare, “scalciando”,
gli esemplari che non rivestono pregio alimentare, il prelievo
indiscriminato degli immaturi che non hanno ancora disperso
le spore, la brutta abitudine che qualcuno adotta rastrellando
il sottobosco alla ricerca dei più piccoli carpofori
sono azioni che possono portare alla rarefazione, e in casi
estremi, addirittura alla scomparsa definitiva (dagli ambienti
assiduamente frequentati) di alcuni miceti.
La presenza di siti controllati presso i quali si faccia didattica
ambientale sono quindi oasi “indispensabili” ad
esempio per chi vuole utilizzare i funghi per motivi di studio
o per l’educazione naturalistica; questi ambienti diverrebbero
scuole aperte atte a testimoniare come è possibile
vivere nel territorio garantendo la sopravvivenza ai suoi
abitanti naturali e conciliando la possibilità di uno
svago compatibile, incentivando la crescita culturale e scientifica
dei giovani e degli adulti.
Tratto da: Stagioni P. L., 2001. Organismi a servizio della
natura: i funghi. Comune di Meldola-R.N.O. Bosco di Scardavilla”,
Collana Informazione & Divulgazione, 5: 12 pp.
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