| Ciclo e riciclo: cosa
ci insegnano i coleotteri xilofagi
I tarli del legno: indispensabili,
ma combattute larve
Si
è portati a pensare che la maggior parte degli insetti
che si alimentano a spese delle parti vive o morte delle piante
sia assai dannosa per l’ambiente ed in definitiva anche
per l’uomo; primi fra questi i cosiddetti “tarli”
vengono accusati di essere veri e propri flagelli per l’umanità.
Tuttavia la totalità degli insetti le cui larve si
nutrono del legno sono indispensabili per la continuazione
della vita del nostro Pianeta.
Infatti, con la morte naturale degli alberi, degli arbusti,
delle erbe questi “schiavi della natura” trasformano
le sostanze provenienti dalle strutture dei vegetali in nuovi
composti che successivamente ricombinati ad opera di altri
organismi che vivono nel suolo, tra cui citiamo a titolo di
esempio i comuni lombrichi, danno origine a un miscuglio altamente
nutritivo, comunemente noto come humus, che sarà la
base alimentare per nuove generazioni di piante.
Resta il fatto che l’azione decompositrice di questi
insetti può avvenire a scapito di manufatti come travature,
solai, mobili, o a carico delle piante coltivate come quelle
dei frutteti, o quelle usate come ornamento o abbellimento
di parchi e giardini; cosicchè gli utili alleati della
natura divengono, secondo una visione strettamente utilitaristica
e antropocentrica, fastidiosi e pericolosi per buona parte
delle nostre attività. Del resto per gli insetti facenti
capo a questo gruppo di “sapienti demolitori”
non c’è distinzione un’antica credenza
del “700 o un vecchio ramo di quercia; secondo le rigide
regole naturali questi “oggetti” sono preziosi
serbatoi di cibo e in definitiva sostanze riciclabili che
non possono essere trascurate.
Gli alberi non indeboliti solitamente non sono colonizzati
dagli insetti xilofagi, ma tale considerazione non è
sempre valida; infatti quando certe specie di questi organismi,
particolarmente specializzati (xilofagi primari), sono presenti
abbondantemente negli ambienti forestali a causa, per esempio,
dell'elevata disponibilità di cibo o per la mancanza
dei loro naturali controllori (predatori), non vengono escluse
da un'eventuale colonizzazione anche le piante sane.
Le larve degli insetti che si nutrono di legno ottemperano
efficacemente l’impegno affidato loro che consta nel
rendere disponibili buona parte delle sostanze organiche temporaneamente
immobilizzate nelle porzioni legnose di alberi ed arbusti.
A tal riguardo è doveroso citare che anche altri organismi
assolvono funzioni analoghe a quelle degli insetti xilofagi
anche se con modalità, tecniche e risultati un poco
differenti: ci stiamo riferendo ai funghi decompositori ed
in particolare a quelli che “attaccano” il legno
morto determinandone la riduzione a composti più semplici.
Allorquando avvengono massicci attacchi (infestazioni) di
tarli a carico delle essenze vegetali alloctone (cioè
quelle presenti in un territorio in quanto introdotte forzatamente
dall’uomo) o delle coltivazioni estensive come vigneti,
frutteti, ed impianti selvicolturali si dovrebbe attentamente
soppesare il fenomeno e non giudicarlo negativamente.
Difatti alla base di ogni “irrefrenabile” aumento
della presenza di insetti, c’è quasi sempre uno
squilibrio indotto dagli umani.
L’ingresso di nuovi elementi in un ecosistema come ad
esempio accade allorchè l’uomo diffonde piante
estranee al contesto locale, viene generalmente contrastato
dalle altre specie; con grande facilità talune essenze
estranee (esotiche) sono così colonizzate da nugoli
di insetti e tra questi partecipano anche varie specie decompositrici
xilofaghe. Questo fenomeno, secondo una logica naturale è
“sempre auspicabile”: se per un qualche motivo
l’affermazione delle specie alloctone non venisse naturalmente
ostacolato si verrebbero a creare gravi alterazioni degli
ecosistemi tanto da compromettere la sopravvivenza degli elementi
tipici, animali e vegetali, caratteristici e rappresentativi
di una determinata area geografica che viceversa, essendosi
da tempo insediatisi spontaneamente presso determinati luoghi,
meritano una assoluta protezione.
Alcune note sulla vita dei coleotteri
xilofagi
Il
termine larva, spesso usato per aggettivare persone poco dinamiche,
non si presta davvero per rappresentare la natura del comportamento
legato a questa fase della vita degli insetti.
Infatti, nonostante le larve trascorrano un periodo della
loro esistenza in attesa (la metamorfosi, durante la quale
avvengono profonde trasformazioni a carico del funzionamento
e dell’aspetto del loro corpo), si dimostrano al contrario
sempre attive.
Durante la loro vita, esse scavano senza tregua lunghe e contorte
gallerie all’interno dei tronchi degli alberi o dei
fusti degli arbusti, cibandosi sia delle parti più
digeribili costituite tipicamente da cellulosa, ma anche della
più indigesta e tenace lignina che, come è noto,
rappresenta l’elemento base, il mattone, di quello che
potremmo definire “lo scheletro dei vegetali superiori”.
Successivamente le parti non digerite saranno espulse dagli
stessi insetti sotto forma di “segatura”, o più
propriamente rosura.
Dopo questa prima fase, che in alcune specie di xilofagi può
durare anche diversi anni, giunge il periodo per prepararsi
ad “uscire allo scoperto”.
La larva prima di andare in contro alla metamorfosi allestisce
quindi una cella pupale, talvolta isolata dal resto “del
mondo” attraverso l’ausilio di fibre legnose e
scava un’ultimo tunnel che le faciliterà il passaggio
all’ambiente aereo allorquando la trasformazione sarà
completata ed anche le tenaci mascelle, proprie della sua
fase saranno trasformate in più delicati organi masticatori
o succhiatori, incapaci (nella maggior parte degli individui
adulti) di scalfire efficacemente rami e scorze.
Infatti, non a tutti è noto che mentre le larve dimostrano
una dieta a base di legno o corteccia, gli esemplari metamorfosati
consumano linfa, foglie, germogli e comunque raramente porzioni
dei vegetali di natura consistente.
A partire dalla fine dell’inverno e progressivamente
fino alla tarda estate, nei pressi di prati, siepi e boschi
possiamo assistere al fenomeno detto dello “sfarfallamento”;
ciò consiste nel (primo) volo degli insetti adulti
che, terminata la fase della metamorfosi escono definitivamente
dai loro substrati di alimentazione.
Solo alcune specie che presentano ali ridotte o assenti e
quindi non sono in grado di volare potranno allora essere
sorprese a terra, sui tronchi stesi al suolo, ma anche sulle
fronde degli alberi, raggiunte grazie alle loro sviluppate
capacità arrampicatorie.
Durante la primavera l’incontro con uno di questi insetti
non è un evento occasionale; del resto la maggior parte
delle specie, già tarli del legno, dimostrano poca
diffidenza nei confronti dell’uomo e le loro inconfondibili
forme, i loro caratteristici colori e certe tipici atteggiamenti
permetteranno di identificarli con facilità. E’
allora che, anche i non specialisti, potranno cimentarsi nel
determinare le varie specie; ciò risulterebbe senza
dubbio più difficoltoso allorquando si tenti di “dare
un nome” ad una larva sottratta dall’oscurità
delle sue gallerie o ad una ninfa immobile nel suo “letto”
di metamorfosi.
Per chi si volesse comunque esercitare in questo arduo “mestiere”
dell’entomologo (lo specialista di insetti) potrà
tener conto che, un discreto ventaglio di specie è
legata, sotto il profilo alimentare, a poche essenze nutrici
o solamente a porzioni ben determinate delle piante ospiti;
considerati questi aspetti e disponendo di un buon manuale
di campo è possibile compiere una prima determinazione,
almeno a livello di genere di appartenenza, delle larve degli
insetti xilofagi a dieta specializzata. Se da una parte la
caratterizzazione alimentare delle varie specie facilita il
naturalista intento a reperirle e a classificarle, questo
aspetto può giocare a svantaggio degli stessi insetti.
Infatti, per le specie monofaghe, cioè quelle la cui
alimentazione è dipendente dalla disponibilità
di un ristretto gruppo o addirittura di poche varietà
di vegetali, il mancato reperimento degli stessi pabulum potrebbe
avere ripercussioni negative sull’intera popolazione.
Così le comunità di questi coleotteri, non usufruendo
di cibo adeguato, potrebbero ridursi di numero o addirittura
andare in contro a fenomeni di estinzione, almeno su scala
locale.
Un esempio esplicativo che ci chiarisce l’entità
di questo fenomeno ci viene fornito da un coleottero appartenente
alla famiglia dei Cerambicidi, la Rosalia (Rosalia alpina).
Si tratta infatti di un insetto molto raro nel nostro Paese
in quanto capace di trarre nutrimento solo dalle parti morte,
oppure alquanto debilitate dei grossi Faggi.
Un tempo le piante fatiscenti e i cascami vegetali venivano
allontanati dai boschi e ciò rendeva impossibile per
questa e altre specie reperire opportune fonti alimentari.
Ciò ha decretato la scomparsa di molte pregevoli popolamenti
di insetti da tutte quelle zone che progressivamente hanno
subito una certa antropizzazione; viceversa, nelle Riserve
e nei Parchi Naturali, presso i quali gli interventi di utilizzo
forestale sono stati più contenuti ed oculati, i grandi
alberi giunti a morte non vengono esboscati, ma sono lasciati
in loco a vantaggio dell’entomofauna che in questi luoghi
è ancora rilevante.
Per la maggior parte degli insetti il richiamo alla perpetuazione
della specie è un istinto fondamentale; e così
che molti di questi organismi, nelle ore immediatamente posteriori
alla metamorfosi ricercano attivamente un partner per l’accoppiamento.
Questi fitofagi individuano le piante sofferenti con grande
efficacia e poi le utilizzano come luogo in cui procedere
alla deposizione delle uova. Non sono del tutto chiare le
modalità attraverso le quali un insetto xilofago possa
verificare l'idoneità di un substrato per la ovideposizione
e in definitiva per lo sviluppo delle larve, ma numerosi studi
hanno aperto interessanti prospettive in merito. La variazione
dello spettro di emissione delle resine (per le conifere),
fenomeno comune per una pianta debilitata, è senz'altro
"captato" dagli insetti per mezzo di particolari
recettori localizzati sulle antenne.
Una buona parte delle femmine degli insetti xilofagi rilasciano
le loro uova presso quelle porzioni delle piante adatte alla
futura alimentazione delle larve ricercando attivamente tutta
quelle serie di possibili “ingressi” presenti
sulla superficie dei vegetali principalmente rappresentati
da screpolature della corteccia, dei rami e delle radici.
Lesioni provocate da altri animali o dagli agenti atmosferici
rappresentano una via preferenziale di colonizzazione da parte
delle larve di questi coleotteri.
Gli adulti di alcune specie appartenenti alla famiglia degli
Scolitidi scavano direttamente attraverso la corteccia creando
dei passaggi (fori d'entrata) e, all’interno del fusto
realizzano una cavità più ampia adibita all’accoppiamento
che prende il nome di cella nuziale. Dopo la fecondazione,
la femmina predispone lungo la cosiddetta “galleria
materna” tante nicchie entro le quali depositerà
le uova singolarmente.
Le giovani larve si nutriranno a spese dei tessuti legnosi
e scaveranno dei tunnel più o meno tortuosi, ma sempre
lasciando dietro di sè la galleria materna e la nicchia
entro la quale avvenne l’ovideposizione.
Dopo un periodo di tempo variabile da qualche mese a qualche
anno (la durata della fase larvale è caratteristica
di ogni singola specie), le larve mature allestiscono, nella
porzione terminale della galleria di alimentazione, posta
appena sotto corteccia, una celletta dove compiranno la metamorfosi.
L'insetto adulto raggiunge l'esterno del legno, in cui si
trova, perforando un sottile diaframma costituito da poche
millimetri di fibre e di scorza. La lunghezza complessiva
delle gallerie larvali è in funzione della taglia definitiva
raggiunta dall’insetto: quando non c'è concorrenza
per la stessa porzione legnosa ed essa è di elevata
qualità nutrizionale, le gallerie di alimentazione
non sono molto lunghe.
Il diametro delle gallerie larvali è influenzato dalle
dimensioni stesse dell'individuo che le scava e quindi aumenta
con il procedere del suo sviluppo: gallerie materne e larvali
determinano nel loro insieme “disegni” propri
per ciascuna specie.
Un'altra strategia per deporre le proprie uova, messa in atto
da certi "grossi" insetti xilofagi (coleotteri appartenenti
alle famiglie dei Lucanidi e dei Cerambicidi) è quella
di introdurle sotto la corteccia mediante un organo, l’ovodepositore,
situato all'estremità addominale del corpo delle femmine.
Talvolta le larve degli insetti xilofagi provocano indirettamente
gravi alterazioni anche alle porzioni sane degli alberi attaccati;
infatti possono veicolare la diffusione di certi funghi che
altrimenti non raggiungerebbero mai l’interno del legno.
Un caso eclatante di questo tipo di patologia è rappresentato
dalla "grafiosi" dell'Olmo che ha decimato la popolazione
di questa specie arborea.
Essa è provocata dal fungo Ascomicete Ophiostoma ulmi
che viene per l’appunto trasportato da una pianta all'altra
dagli individui appartenenti al gruppo dei coleotteri Scolitidi.
Le ife (i filamenti che costituiscono il corpo dei funghi)
si insediano quindi all'interno dei vasi conduttori della
pianta ostacolando i movimenti della linfa e liberando sostanze
tossiche assai pericolose per il vegetale.
L’albero, in un primo tempo reagisce cercando di ostacolare
fisicamente il diffondersi del fungo operando una chiusura
dei vasi infetti tramite l’emissione di sostanze gommose
e lattice; nella maggior parte dei casi ciò non è
sufficiente ed esso soccombe in ragione dell’incompleta
traslocazione della linfa che non può circolare liberamente
nelle parti colpite che progressivamente disseccano.
La salvaguardia
dei tarli e le implicazioni che ne conseguono
Mentre per quanto riguarda le strutture,
i manufatti, le colture agrarie e forestali di tipo produttivo
è giustificabile prevedere un piano di contenimento
delle possibili infestazioni da parte dei tarli, viceversa
negli ecosistemi naturali gli accorgimenti da mantenere sono
ben altri.
La presenza delle larve degli insetti xilofagi non va ostacolata,
anzi essa deve essere “incoraggiata”; come vedremo
in seguito le azioni a tutela degli habitat degli “insetti
del legno” non sono fine a se stesse, ma implicano ripercussioni
positive sull’intera biocenosi (l’insieme delle
comunità degli esseri viventi).
A tal riguardo in una recente direttiva CEE che sancisce la
protezione degli habitat per gli organismi vegetali e animali
minacciati sono annoverate anche diverse specie di insetti
xilofagi meritevoli di tutela. In questo modo anche la salvaguardia
degli ecosistemi più fragili e della fauna minore ad
essi correlata trova degli espliciti riferimenti legislativi
che in ogni modo non dovrebbero essere disattesi dagli enti
delegati alla protezione dell’ambiente.
In campo agrario e forestale la “lotta” ai tarli
(i vari “rodilegno”) sta ultimamente usufruendo
di tecniche meno impattanti rispetto a quanto accadeva in
passato allorchè, per contrastarli si interveniva con
irrorazioni massicce di insetticidi le cui ripercussioni negative
gravavano sull’intero ecosistema. Questi nuovi accorgimenti,
per altro da incentivare rispetto a quelli tradizionali, consistono
o nel favorire la diffusione dei nemici naturali degli insetti
attraverso la messa a disposizione di siti idonei per la nidificazione
o lo stazionamento o di effettuare delle catture mediante
l’uso di speciali trappole che secernono sostanze variamente
capaci di attirali. In particolare, laddove per il semplificato
assetto paesaggistico mancano idonei luoghi per l’allevamento
della prole, la collocazione di nidi artificiali per gli uccelli,
in vicinanza di frutteti e vigneti facilita la diffusione
di utili insettivori come cince e torcicollo.
Negli impianti selvicolturali e nei pioppeti specializzati
si potrebbe “sacrificare” qualche albero (facendolo
seccare senza abbatterlo) per incentivare la nidificazione
dei picchi (poco avvezzi a frequentare le cavità artificiali)
che notoriamente sono utili ed accaniti predatori di ogni
sorta di insetto “mangiatore di legno” e che quindi
fungerebbero da naturali controllori delle possibili infestazioni.
In riferimento ai costumi alimentari di questi ultimi uccelli
è necessario sottolineare che per incrementare la loro
presenza, essendo essa subordinata, sia per motivi trofici
che riproduttivi al reperimento di piante morte o deperienti,
bisogna attenersi ad alcune regole nella gestione, degli ecosistemi.
L’asportazione degli alberi secchi dai boschi e in particolar
modo delle piante morte, ma ancora erette è un’operazione
da evitare: queste “strutture” non solo rappresentano
l’habitat per una nutrita schiera di insetti xilofagi
a loro volta utilizzati da vari uccelli come principale fonte
alimentare, ma costituiscono il rifugio, il nascondiglio,
l’alimento e il luogo di ricovero per buona parte dei
vertebrati e degli artropodi la cui presenza in natura è
sempre auspicabile.
Alcuni dei principali e rappresentativi
insetti xilofagi della Romagna
Il Cervo volante (Lucanus cervus), presenta
una distinta differenza morfologica tra gli esemplari maschili
e quelli femminili. I primi sono più massicci e sono
dotati di sviluppatissime “corna”, le femmine,
più piccole presentano queste appendici estremamente
più contenute. Le cosiddette “corna” sviluppate
sul capo di questo insetto, riconducibili per forma, ma non
per natura, ai palchi di certi mammiferi, sono in realtà
porzioni dell’apparato boccale profondamente trasformate;
nei maschi, “queste notevoli mascelle” sono quasi
del tutto immobili, mentre nelle femmine risultano più
articolabili e utilizzabili anche per la masticazione.
Le larve del Cervo volante prediligono il legno delle querce,
che viene assunto come cibo anche per tre o quattro anni;
esse si localizzano nella porzione basale dei fusti (ad esempio
nelle vecchie ceppaie deperienti). Nelle nostre zone la metamorfosi
avviene a partire dalla metà di giugno. Gli esemplari
adulti, che hanno una vita molto breve (pochi giorni o poche
settimane) sono attirati dalla linfa che sgorga dalle ferite
delle piante e della quale si nutrono mediante particolari
stiletti (“cannucce”) boccali.
Questi insetti pur dimostrando una certa capacità volatoria,
non sono in grado di percorrere grandi distanze; ciò
è dovuto alla loro elevata mole (i maschi più
sviluppati possono raggiungere la lunghezza di circa 10 cm)
che li induce a soste di riposo assai durature. A causa delle
particolari esigenze nutrizionali dimostrate dalle sue larve,
il Cervo volante sta divenendo sempre più raro: questo
è imputabile alla progressiva scomparsa dei vetusti
querceti che rappresentavano l’habitat elettivo per
questo insetto. Altre specie assai diffuse nel nostro territorio
sono i cosiddetti longicorni, coleotteri generalmente vistosi
in quanto dotati di sviluppate antenne; essi appartengono
alla famiglia dei Cerambicidi. Il Cerambice delle querce (Cerambyx
cerdo) e i suoi congeneri (C. miles e C. velutinus) si cibano,
nello stadio preimmaginale (larvale), della porzione aerea
delle piante deperienti (rametti, rami, fusti); il volo degli
adulti è decisamente più elegante rispetto a
quello del Cervo volante, anche se sempre abbastanza “rumoroso”.
Completamente privo di ali, e quindi in grado di spostarsi
esclusivamente a terra, è invece Morimus asper, la
cui larva, più eclettica di quella delle altre specie,
si nutre sia di latifoglie che di conifere. Una specie rinvenibile
nel Bosco di Scardavilla ed estremamente significativa a causa
della sua limitata distribuzione italiana è Xilotrechus
antilope; questo piccolo cerambicide attacca il legno delle
vecchie querce e sembra prediligere alberi secchi, di modeste
dimensioni, giacenti in posizione eretta (le cosiddette “piante
morte in piedi”). In prossimità delle mature
faggete del crinale è rinvenibile la bella Rosalia,
la cui alimentazione è legata a tessuti legnosi morti
dei faggi secolari. La sua contrastata livrea (grigio-azzurra
macchiettata di nero) rende questo insetto inconfondibile.
Il legno dei Pioppi e dei Salici, a causa della sua estrema
“digeribilità” è aggredito da diverse
specie di xilofagi; alcune di questi insetti sono per altro
facilmente reperibili anche in prossimità delle città
a causa della notevole diffusione di queste piante anche presso
parchi urbani e giardini pubblici. Decisamente vistosi sono
l’Aromia muschiata (Aromia moschata) e lo Stromazio
(Stromatium fulvum), dannoso anche ai manufatti), mentre le
Saperde (Saperda sp.p.), a causa della loro mimetica colorazione
sfuggono agli osservatori meno attenti. Molti ancora sarebbero
gli xilofagi da menzionare in quanto comunemente presenti
nel nostro territorio e tutto sommato di facile reperimento
(es. i Curculionidi, dal lungo rostro, i Buprestidi dalle
forme compatte e dai colori metallici, gli Scolitidi, tanto
minuti quanto aggressivi, etc); una trattazione esaustiva
esula però dagli obiettivi del presente lavoro.
Infatti, come accennato in premessa non era nei nostri intenti
affrontare compiutamente l’argomento, ne tantomeno l’ecologia
delle molteplici specie diffuse nel nostro territorio.
Ci auspichiamo solamente che questo breve contributo sia servito
a riconoscere, nell’attività di questi vulnerabili
organismi un ruolo di prim’ordine nel mantenimento dell’equilibrio
globale oggi così precario, ma ancora non del tutto
compromesso per l’ambiente locale.
Tratto da: Tedaldi G., 2000. Ciclo e riciclo:
cosa ci insegnano i coleotteri xilofagi. Comune di Meldola-R.N.O.
Bosco di Scardavilla”, Collana Informazione & Divulgazione,
1: 12 pp.
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