| Gufi, civette e barbagianni:
silenziosi predatori della notte
Come sono fatti i gufi
I
rapaci notturni appartengono all’Ordine degli Strigiformi,
a sua volta suddiviso in due famiglie:i Titonidi, rappresentati
in Italia da una sola specie, il Barbagianni, e gli Strigidi
con otto specie nidificanti, tre delle quali, Civetta nana,
Civetta capogrosso e Allocco degli Urali, non presenti in
Romagna. A livello mondiale sono state descritte almeno 148
specie, ma le nostre conoscenze su questi uccelli presentano
ancora lacune sulla loro biologia ed etologia tanto che la
definitiva classificazione è ancora un problema aperto.
Tutti conosciamo l’importanza che ha la luce per consentirci
di svolgere le attività quotidiane.La conformazione
dell’occhio umano permette di vedere nella maggior parte
delle situazioni, tranne quelle estreme, perché il
nostro occhio presenta una particolare distribuzione e quantità
dei due fotorecettori presenti sulla retina:verso il centro,
dietro al cristallino, prevalgono i coni, utili per la visione
diurna e per distinguere i colori, nelle aree periferiche
sono invece piu’ abbondanti i bastoncelli che permettono
la visione con scarsa luminosità. Nei rapaci notturni
prevalgono i bastoncelli su tutta la retina; per essi infatti
non ha molta importanza la percezione del colore ma la sensibilità
visiva che consente loro di vedere in un “ mondo di
ombre” . In questo si avvalgono anche di occhi di grandi
dimensioni ( quelli di un Gufo reale sono grandi come i nostri)
che permettono, attraverso la cornea, il passaggio di piu’
luce possibile. Naturalmente i gufi possono vedere anche di
giorno grazie all’iride che, dilatandosi e restringendosi,
regola la quantità di luce che penetra nell’occhio
attraverso la pupilla (così avviene anche per noi umani).
Un secondo senso fisiologicamente adattato per la vita notturna
è l’udito. Negli uccelli non esistono vere e
proprie orecchie, anche se alcune specie notturne come il
Gufo reale, il Gufo comune e l’Assiolo, hanno particolari
ciuffi sul capo che possono ricordarle. In realtà gli
uccelli hanno due fessure coperte dal piumaggio dette aperture
auricolari. Negli Strigiformi le dimensioni di queste aperture
sono eccezionalmente grandi, esse iniziano dal vertice della
testa e scendono sotto gli angoli del becco, circondando quasi
interamente il capo. Le aperture auricolari sono coperte e
protette dall'opercolo auricolare, rivestito di penne che,
mediante spostamenti, permette di convogliare i suoni nell’orecchio
interno da qualunque direzione essi provengano e ciò
grazie anche alla formidabile capacità che hanno i
gufi di ruotare il capo tanto da riuscire ad osservare e percepire
quanto succede “alle loro spalle”. L’asimmetria
delle due aperture auricolari, una è piu’ bassa
dell’altra, assicura una piu’ precisa localizzazione
del fruscio prodotto da un’eventuale preda. Tutte queste
peculiarità rendono l’udito così efficiente
e si è dimostrato che, in situazioni controllate, un
Barbagianni può catturare le sue vittime servendosi
esclusivamente di questo senso.
Vista e udito “da gufo” sarebbero inutili se il
volo di questi uccelli non fosse assolutamente silenzioso.
Essi devono piombare sulla preda senza che questa se ne accorga
evitando che i colpi d’ala coprano i suoni che essa
invia loro impedendone la localizzazione. Chi ha avuto la
fortuna di osservare il volo di un Barbagianni od un Allocco
comprende perché questi rapaci vengano a volte definiti
“spiriti della notte”: la silenziosità
del loro procedere li rende simili ad apparizioni, niente
in comune con il volo sibilante e rumoroso di un Piccione
! (per citare una specie nota a tutti). Questo “soffice”
sbattito d’ala è reso possibile dalla particolare
struttura delle penne finemente sfrangiate ai bordi e con
superficie dall’aspetto vellutato. Queste caratteristiche
consentono all’uccello di compiere un minor sforzo per
sostenersi, grazie anche all’ampiezza delle ali che,
in proporzione al corpo, sono più grandi rispetto a
quelle possedute da uccelli diurni di pari dimensioni.
Il comportamento dei rapaci
notturni
Molte
specie animali difendono, nell’ambiente in cui vivono,
una porzione di “territorio” dall’intrusione
di individui della stessa specie e di specie nemiche. L’aggressività
verso i conspecifici serve ad assicurare la sopravvivenza
(alimentazione e riproduzione) dell’individuo che occupa
quello spazio evitando che si creino situazioni competitive.
Di regola questo attaccamento al territorio è maggiore
nel periodo della riproduzione e la dimensione dell’area
è assai variabile da specie a specie ed anche fra individui
della stessa specie possono esservi marcate differenze dovute,
per esempio, ad una buona disponibilità di prede che
permette loro di occupare aree di estensione più limitata.
Addirittura, in particolari periodi dell’anno, certe
specie come il Gufo comune, affievoliscono a tal punto questo
istinto da radunarsi in gruppo sullo stesso albero (a volte
in decine di esemplari ) formando i cosiddetti “ dormitori
“ (roost).
Ma come vengono delineati gli invisibili confini del territorio?
Quasi esclusivamente mediante l’attività canora,
che per tutte le specie romagnole è comunque piuttosto
monotona: spesso costituita da note basse, periodicamente
ripetute. A volte questi versi ricordano gli ululati e ciò
ha certamente contribuito a creare un’immagine sinistra
associata a questi uccelli. Il canto rappresenta d’altra
parte il più efficace mezzo di censimento, l’unico
che permetta agli ornitologi un’analisi qualitativa
su larga scala. I ricercatori, oltre a prendere nota dei canti
spontanei che si odono nelle notti invernali e primaverili,
utilizzano richiami registrati (playback) emessi nelle aree
che essi ritengono idonee alle diverse specie le quali, se
presenti, rispondono nell’intento di segnalare che il
territorio è già occupato. Questo sistema di
indagine è da utilizzare con la massima cautela e limitazione
essendo possibile causa di disturbo verso esemplari troppo
sensibili capaci di allontanarsi da un’area precedentemente
occupata.
Nel periodo riproduttivo il canto ha la funzione prevalente
di contattare il partner con cui nidificare. Le specie residenti
tutto l’anno sul territorio, come Gufo reale e Allocco,
facilmente formano la coppia col compagno dell’anno
precedente, altre, come il Gufo comune, i cui individui si
raggruppano in dormitori comuni, rinnovano più spesso
il partner.
Nessuna delle nostre specie dimostra abilità nella
costruzione del nido. Esse si adattano ed utilizzano vecchi
nidi di Corvidi, nicchie e anfratti naturali e le comode cavità
offerte dalle costruzioni umane (campanili, torri, fienili,
case abbandonate).
Oltre al canto un importante indizio di presenza dei gufi
è rappresentato dalle borre. Esse sono formate dai
resti indigeribili delle prede (peli, ossa, elitre di insetti)
e vengono rigurgitate a qualche ora dal pasto. Hanno forma
e dimensioni diverse a seconda della specie: quelle dell’Assiolo,
il più piccolo strigide romagnolo, misurano 2-3cm di
lunghezza, mentre quelle del Gufo reale possono oltrepassare
i 10 cm. L’abitudine di recarsi sugli stessi posatoi
a digerire le prede catturate, tipica per esempio del Barbagianni,
consente di reperire grandi quantità di borre. Esse
rivestono notevole importanza anche per gli studiosi di micromammiferi
che, dissezionando le borre con l’aiuto di pinzette,
identificano le specie predate classificandole dai resti ossei
contenuti nella borra. In effetti i piccoli roditori costituiscono
il 70/80% della dieta dei rapaci notturni, ad eccezione del
Gufo reale che cattura animali di maggiori dimensioni e dell’Assiolo
che dedica le sue preferenze alimentari agli insetti.
Potenzialmente il Bosco di Scardavilla e la campagna circostante
possono ospitare tutte le specie di rapaci notturni, tranne
il Gufo reale.
Come abbiamo visto l’alimentazione è rappresentata
prevalentemente da piccoli roditori ed insetti e questo creerebbe
competizione interspecifica se non si verificasse la “segregazione
della nicchia ecologica”. Al riguardo l’ornitologo
siciliano Maurizio Sarà ha potuto stabilire, mediante
la raccolta delle borre (per verificare il tipo di alimentazione)
e il censimento con il playback (per valutare le preferenze
ambientali), che quando specie affini si ritrovano a convivere
nella stessa area tendono a mangiare prede diverse (segregazione
della nicchia trofica). Un ulteriore dato emerso dalla ricerca
è che gli Strigiformi limitano la sovrapposizione ambientale,
in parte per evitare la competizione alimentare, ma anche
perché specie più forti, come l’Allocco,
possono catturare quelle più piccole come Civetta e
Assiolo.
I gufi e l’uomo
Il nostro rapporto con queste specie
è contraddittorio fin dall’antichità.
Nella Bibbia i gufi vengono indicati come uccelli impuri (peraltro
in buona compagnia di falchi, aquile, cuculi e cormorani)
probabilmente per l’abitudine di frequentare rovine,
ottimi luoghi in cui nidificare, che valse loro la reputazione,
rimasta nei periodi successivi, di portatori di distruzione
e disgrazie. Uccelli funerei per i Romani, simbolo di forza
e saggezza per i Greci che, con l’effige di una Civetta,
rappresentavano la dea Atena.
Dai tempi segnati dalla grande distruzione delle antiche foreste
(per lasciare spazi sempre più vasti alle colture agrarie),
alla attuale ricolonizzazione boschiva delle nostre colline,
il rapporto travagliato tra uomo e rapaci notturni è
continuato.
Da quando l’uomo iniziò a coltivare e stivare
grano, orzo e altri cereali (alimenti molto appetiti dai roditori)
per i nostri gufi è cominciato tuttavia un periodo
di prosperità. Talune culture centroeuropee apprezzavano
decisamente l’opera dei rapaci notturni nel contenimento
degli odiati roditori e venivano forniti loro siti artificiali
per la nidificazione.
Questa situazione idilliaca è bruscamente terminata
con l’avvento dei mezzi agricoli meccanizzati e con
l’uso dei prodotti chimici: dal secondo dopoguerra progressivamente
i cavalli ed i buoi sono stati sostituiti con i trattori,
le siepi col filo spinato, il concime naturale con i fertilizzanti
di sintesi e l’introduzione di esche rodenticide per
il controllo dei topi, trasformando la campagna in un ambiente
inospitale. Censimenti svolti nel Regno Unito a partire dagli
anni ’30, dimostrarono come alla progressione di questo
nuovo tipo di agricoltura si accompagnasse la regressione
del Barbagianni. Sostanze chimiche sempre più tossiche,
quali il DDT ed i PCB, fecero la loro comparsa causando la
morte di molti animali, in particolare dei predatori, che
accumulavano nei loro tessuti quantità letali di questi
prodotti.
Un ulteriore condizionamento alla diffusione degli uccelli
da preda, diurni e notturni, era la distorta gestione venatoria
che, con la complicità di vecchie leggi, autorizzò,
anche nel nostro Paese una persecuzione di questi rapaci effettuata
con ogni mezzo, giustificandola come tutela della selvaggina.
Alcune delle situazioni appena elencate sono migliorate (DDT
e PCB sono vietati, anche se purtroppo la contaminazione ambientale
è ampiamente diffusa e continuano ad essere utilizzati
nei paesi in via di sviluppo), le nuove leggi sulla caccia
hanno eliminato il concetto di “nocivo” in cui
rientravano i gufi, che ora godono di una buona protezione.
Proteggiamo i gufi
Molto resta ancora da fare però per rendere l’ambiente
agricolo, specie in pianura, più ospitale per la fauna.
Un passo in questa direzione è rappresentato dalla
apposizione di strutture artificiali idonee ad ospitare i
nidi di molte specie di uccelli e che risultano gradite anche
ad alcuni mammiferi come il Ghiro ed alcuni Pipistrelli. Le
numerose ricerche sull’argomento hanno permesso di progettare
cassette-nido specifiche, l’ospitalità delle
quali attira anche rapaci notturni come il Barbagianni, la
Civetta e l’Allocco. Per il Barbagianni si utilizza
una cassa di notevoli dimensioni (100x50x50cm) da sistemare
in tranquille soffitte in cui gli uccelli hanno libero accesso.
Simili a grossi cilindri(80x25cm) sono i nidi costruiti per
Civetta ed Allocco, sistemabili oltre che negli edifici anche
su piante. Con interventi così modesti si contribuisce
a contrastare un importante fattore limitante la diffusione
di molti uccelli, l’assenza cioè di siti per
la nidificazione.
Infine, sottovalutato fino a ieri, è da citare il pericolo
rappresentato dalle linee elettriche che, a causa della capillare
diffusione , provocano la morte di numerosi uccelli per due
motivi: 1° la fulminazione (o elettrocuzione) quando cioè
un uccello tocca contemporaneamente due cavi elettrici, 2°
l’urto contro il cavo che provoca fratture ossee. I
rapaci notturni sono molto esposti ad entrambi i rischi di
mortalità perché le loro dimensioni (un Allocco
ha un’apertura alare di 1mt, un Gufo reale di circa
2mt) possono far toccare due cavi e, in volo mentre attraversano
i loro territori, trovano nei sottili fili elettrici delle
trappole mortali. L’impatto negativo delle linee elettriche
sull’avifauna è stato riconosciuto anche a livello
legislativo nella Legge quadro sui campi elettromagnetici,
in cui si prevedono misure di contenimento di tale rischio.
I rapaci notturni della Romagna
Il Barbagianni (Tyto alba) è
forse il più caratteristico: facilmente riconoscibile
dagli altri per i dischi facciali a forma di cuore, gli occhi
neri, le lunghe ali e soprattutto la colorazione chiara del
corpo. La specie sembra aver risentito più delle altre
della esasperata modernizzazione agricola anche se occorre
ammettere che la non facile percezione del particolare canto
(simile ad un grido ansimato o a uno stridio ) e le abitudini
strettamente notturne rendono difficoltoso riscontrarne la
presenza. Essendo la sua alimentazione basata su arvicole
e topi catturati prevalentemente su pascoli, campi e aree
marginali a zone abitate, spesso trattate con esche avvelenate,
può accumulare dosi letali di questi prodotti. Vive
nelle campagne ma anche in aree urbanizzate (nella abbandonata
Torre Portinari, nel centro storico di Portico di Romagna,
ha nidificato per alcuni anni, così come nei sottotetti
della Rocca di Meldola).
L’Assiolo (Otus scops) è alquanto difficile da
osservare, è assai più probabile udirne il tipico
canto nelle sere primaverili, canto che gli è valso
il nome dialettale di ciù oppure chiù. E’
il più piccolo rappresentante della famiglia degli
Strigidi romagnoli, ciononostante è quello che compie
i maggiori movimenti migratori, raggiungendo l’Africa
Sud-Sahariana. L’esposizione ai rischi di questi lunghi
viaggi, le difficoltà incontrate nei luoghi di svernamento
(molti prodotti chimici utilizzati in agricoltura e per bonificare
aree infestate da insetti sono gli stessi da noi vietati da
tempo) sommate a quelle causate da primavere meteorologicamente
sfavorevoli, possono provocare sensibili fluttuazioni numeriche
nei contingenti della specie. Il mimetismo dell’Assiolo
è sorprendente: la complessa screziatura del piumaggio,
l’abitudine di socchiudere gli occhi, la postura allungata
ed il sollevamento dei ciuffi auricolari rendono l’animale
praticamente indistinguibile allorquando è posato nella
chioma di un albero (assomiglia incredibilmente ad un ramo
spezzato). Esso si nutre prevalentemente di insetti come cavallette,
farfalle, formiche alate, lombrichi.
Il Gufo reale (Bubo bubo) è il più imponente
dei gufi; la forma tozza può farlo apparire più
pesante di quanto non sia in realtà. L’apertura
alare e la potenza degli artigli gli permettono di catturare
prede di discrete dimensioni, tuttavia, in ambito locale,
l’analisi delle borre dimostra che le prede preferite
sono il Riccio ed il Ratto. Questo rapace ha sofferto la persecuzione
diretta da parte dei rappresentanti del mondo venatorio più
retrogrado, che vedevano in lui un antagonista nel prelievo
di specie come la Lepre, il Fagiano e la Starna.
La tendenza alla rarefazione è dovuta anche ad altre
cause quali la scarsità di cibo ed il disturbo antropico.
In Germania, per evitarne la scomparsa, sono stati intrapresi
progetti di reintroduzione da oltre un trentennio; questi
hanno raggiunto ottimi risultati, ma per ottenerli è
stato necessario rimuovere nel contempo i principali fattori
di mortalità, tra i quali spiccava il sopracitato fenomeno
della fulminazione e riportare l’habitat alle condizioni
ottimali per la specie. Un ulteriore problema per la reintroduzione
è rappresentato anche dalla aggressività e dalle
capacità predatorie del Gufo reale che possono creare
situazioni di competizione con specie altrettanto importanti,
quali per esempio il Falco pellegrino che, non a caso, va
progressivamente occupando le pareti rocciose un tempo dominio
del Gufo.
La Civetta (Athene noctua) ha aspetto “perennemente
imbronciato” per via del disegno dei dischi facciali.
E’ il gufo più comunemente osservabile nelle
ore diurne, posato, ad esempio, su un filo della luce, su
un comignolo o su un ramo, intento a scrutare i dintorni alla
ricerca di prede, costituite da topi, uccelli ed insetti,
che cattura dopo lunghi appostamenti. Se disturbata abbandona
il suo posatoio, volando su un altro a distanza di sicurezza.
Nonostante le piccole dimensioni (è lunga non più
di 20-22cm) può catturare prede delle dimensioni di
un Merlo. Singolare è il caso accertato localmente
nella nostra collina di un esemplare specializzato nella cattura
di Rondoni presso una cavità in cui questi nidificano.
Fino ad alcuni anni fa, nonostante il divieto, veniva utilizzata
come zimbello: i cacciatori legavano la Civetta ad un lungo
palo e si appostavano in un capanno posto nelle vicinanze
uccidendo così molti passeriformi che si avventavano
sul rapace nell’intento di allontanare un potenziale
pericolo.
L’Allocco (Strix aluco) ha sagoma massiccia, con testa
grande e rotonda, con ampi dischi facciali su cui spiccano
gli occhi neri, caratteristica che condivide con il Barbagianni,
con il quale ha in comune anche il formidabile udito. Essendo
una specie comune e diffusa, legata alle formazioni boschive
che sempre più vanno ridiffondendosi nelle nostre colline,
può capitare di frequente di udire il caratteristico
e tremolante canto (huuùù-hù-hù-hù-hùù),
emesso a fine inverno, in primavera ed in autunno. L’Allocco
instaura un forte legame con il territorio occupato e ciò
gli permette di conoscerlo accuratamente; questo fatto, unito
alla notevole abilità predatoria, gli conferisce la
possibilità di non abbandonare l’area vitale
nemmeno in occasione di inverni rigidi, quando altre specie
sono invece costrette a spostarsi ad altitudini inferiori
per avere più possibilità di rilevare e catturare
prede. L’efficienza dimostrata da questa specie non
gli rende certo giustizia dato l’uso figurato che si
fa del suo nome per definire una persona goffa e balorda.
Il Gufo comune (Asio otus) è l’unico rapace notturno
romagnolo con tendenze gregarie. Forma dormitori invernali
e, in periodo riproduttivo, può nidificare in compagnia
di qualche altra coppia, in piccoli appezzamenti boschivi
localizzati ai margini di aree aperte utilizzate per la caccia.
Entrambe le situazioni sono riscontrabili nel vicino Mezzano
in provincia di Ravenna. Possiede un piumaggio altamente mimetico
striato di bruno, grigio e fulvo ed ha nei “cornetti”
(appendici piumose poste sul capo) un elemento caratterizzante
la fisionomia, elemento che condivide con il Gufo reale (rispetto
al quale è assai più piccolo) e con l’Assiolo
(grande la metà del Gufo comune). Questi “cornetti”
vengono alzati e abbassati modificando notevolmente l’espressione
del Gufo. Si pensa che questo comportamento sia da porre in
relazione allo stato di eccitazione dell’animale: infatti
un Gufo spaventato tende ad allungare il corpo e a sollevare
i cornetti sul capo, assomigliando a un tronco spezzato (mimetizzandosi
con l’ambiente circostante). Singolare è il fatto
che i Gufi comuni tenuti in cattività accettano carezze
sul capo ma non tollerano che vengano loro toccati i cornetti.
Questa sensibilità può far presupporre una funzione
sensoriale più specifica di queste appendici di cui
comunque non si conosce ancora l’esatta funzione.
Tratto da: Ciani C., 2001. Gufi, civette
e barbagianni: silenziosi predatori della notte. Comune di
Meldola-R.N.O. Bosco di Scardavilla”, Collana Informazione
& Divulgazione, 4: 12 pp.
|